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(by Antonio Abbate)
Si, può essere difficile vivere l’adolescenza, è vero. Ci si può sentire fragili, incerti, sbagliati, mal giudicati, sfiduciati. Tu non perderti d’animo, in realtà, ogni età può essere difficile, la vita può essere difficile, bisogna saperla affrontare.
Se ti senti inadeguato, sbagliato convinciti che è solo un tuo timore. Certamente possiedi tutte le potenzialità per essere perfetto in ogni circostanza.
Non temere i giudizi; accoglili con serenità e trasformali in positività: ti giudicano debole, no; è che sei mite, romantico, compassionevole. Ti dicono che fisicamente qualcosa non va; no, tu sei un soggetto unico e quella parte di te è perfetta nell’insieme.
Ti comprendo, è difficile avere fiducia in questi tempi. Non esistono più personaggi rassicuranti nelle mani dei quali mettere la nostra vita. Non ci sono più quei politici onesti, leali, che operavano per il bene della gente e della nazione; quelli erano stati nutriti fin da adolescenti con ideali di libertà, democrazia, giustizia.
Ora quale sicurezza e fiducia ti possono dare un Trump, Putin, e loro simili. Tutta gente che gestisce la cosa pubblica guardando al proprio tornaconto, che considera la democrazia un noioso e costoso intralcio al loro superpotere; che sa risolvere le controversie fra stati ricorrendo solo alla guerra!
Però sul piano personale per fortuna esistono ancora persone a cui affidarsi, persone con cui confidarsi. Come sceglierle?
Costruisciti nella mente la persona ideale a cui senza timore alcuno daresti fiducia. Guardati poi intorno e vedi chi tra parenti, amici, educatori, si avvicina di più al tuo ideale. A lui/lei affidati, cammina insieme, lasciati consigliare.
Dicevamo che l’adolescenza può essere difficile, però, credimi, l’adolescenza è una fase bellissima della vita, colma d’amore e di speranza.
L’amore appare all’improvviso come il sole a rischiarare il mattino.
Provi all’improvviso nuove sensazioni, tutto il tuo corpo vibra anche solo a pensare alla persona che ami. Si può amare senza calcoli, senza pregiudizi, si è liberi di amare l’amore.
Hai tutta la vita davanti e puoi iniziare a progettarla. Sei libero da condizionamenti e pressioni. Fa i tuoi progetti seguendo le tue inclinazioni e i tuoi sogni. Non porti limiti, vola alto ma impegnati con forza e costanza a realizzarli.
Non voler diventare un grande uomo, di quelli che gestiscono il potere politico e economico. Per quei ruoli bisogna anche essere egoisti, insensibili, prepotenti, presuntuosi, patologicamente ambiziosi.
Puoi invece diventare un uomo grande. Ce ne sono tanti di noti e ignoti. I grandi scienziati che hanno liberato il mondo da morbi micidiali, persone che hanno dedicato la loro vita all’umanità sofferente, quel giovane di Bresso (Paolo Foglia) che perse la propria vita per salvare dai gorghi del Ticino un’intera famiglia. Ma uomini grandi e donne grandi sono anche quei papà e quelle mamme che con onestà e amore dedicano lavoro e sacrifici al benessere della propria famiglia e rientrati a casa la sera, benché stanchi, riescono a sorridere ai propri cari.
Che dirti ancora, vivi la tua età intensamente e in serenità, da adulto farai grandi cose.
Ti faccio una confidenza: quando avevo poco più della tua età, ho provato a volare anch’io, ma invece di ali mi sono ritrovato braccia deboli che annaspavano nell’aria. Avrei voluto imitare l’allodola che vola sempre più in alto fino a perdersi nel sole, Ma qualcosa mi tratteneva. Sentivo una voce insistente, la voce delle cose che mi sussurrava: il volo è per gli audaci, rimani qui con noi.
Allora ho rinunciato a volare anche se continuava attonito ad ammirare “il gabbiano che vola con l’alcione sul fiore delle onde senza timore nel cuore”. Questa immagine non è mia, l’ho presa in prestito da un poeta dell’antichità perché rende bene il mio pensiero.
Questo voglio dirti: Fai in modo che quando anche tu avrai un’età avanzata come la mia, possa guardare alla tua prima giovinezza senza il rimpianto di non aver fatto ciò che volevi per condizionamenti o per paura di non riuscire.
Voltandoti indietro dovrai sentire solo una dolce nostalgia per quel giovane tempo
in cui grande era la speranza, entusiasti i progetti, incondizionato l’amore.
(by Antonio Abbate)
Può capitare talvolta di ricordarsi improvvisamente senza un apparente motivo di qualcosa o di una persona oppure di un avvenimento di tantissimi anni fa. Per decenni non si è mai andati col pensiero a quelle circostanze sepolte da strati di anni e di oblio.
Ma ecco che un giorno affiorano nella mente come quegli oggetti che ritornano a galla, smossi da una violenta mareggiata, dopo essere rimasti sul fondale marino per lunghi anni, sepolti dalla sabbia o incagliati tra gli scogli.
Così mi è successo. Mi è ritornato in mente il primo bacio anzi un bacino.
Ero molto giovane, ancora un ragazzino e incontrai una ragazza mia coetanea o forse ancora più giovane. Avrà avuto tredici anni.
In quel tempo, in estate, un bus dell’Aeronautica Militare di cui mio padre faceva parte, percorreva un itinerario fra Napoli e dintorni per raccogliere e accompagnare al mare, al lido militare, i familiari degli aviatori in servizio in città.
In tale circostanza la conobbi; salì a bordo un paio di fermate dopo di me insieme al fratello molto più grande di lei. Biondo, alto, robusto fu lui a dirle di sedermisi accanto. “Così vi parlate” disse. Forse intendeva dire; siete coetanei avete argomenti in comune di cui parlare.
Familiarizzammo subito; la ragazzina era carina, simpatica, estroversa, affabile.
Anche in spiaggia trascorrevamo del tempo insieme, non tutta la giornata, forse quel tempo che il fratello le concedeva di trascorrere con me.
Facevamo spesso anche il bagno insieme. Era nata un’affettuosa amicizia; non eravamo innamorati ma c’era certamente più che simpatia, un tenero affetto.
In acqua si scherzava, ci facevamo giocosi dispetti, ci si spingeva sott’acqua.
Fu così che mentre giocavamo, le detti un casto e timido bacino sulla guancia.
Terminata la vacanza non la cercai, né lei mi cercò, forse nemmeno avrebbe potuto.
Erano altri tempi, non c’erano telefonini né social e le ragazze non avevano la possibilità di uscire e recarsi in altro paese benché confinante.
Dimenticai tutto in fretta e fino ad oggi non ci ho mai pensato eppure, dopo vari decenni, questo dolce ricordo è riaffiorato con la tenerezza di allora. Non sono riuscito a ricordarmi il suo nome ma ho rivissuto quei momenti di una fresca e pura frequentazione adolescenziale che mi hanno risvegliato sentimenti romantici e poetici.
IL BACIO 
Verso di te mi sporsi e timoroso
ti deposi un lieve bacio sulla guancia.
Tu mi guardasti un po' sorpresa e
senza dir parola, andasti via.
Non eri offesa, anzi ti fu gradito
quel piccolo gesto di affetto ed empatia
perché il giorno dopo, in quel bus
che ci portava al mare, senza esitare
mi sorridesti e mi sedesti accanto.
(by Antonio Abbate)
"Sono innamorato pazzo del mare" mi disse un pescatore che conobbi a Procida. Certo che amava la moglie, i figli… ma il mare era una passione irrefrenabile.
Diceva di essersi innamorato del mare la prima volta che l’aveva visto quando, di pochi anni, in braccio a sua madre, si era avvicinato alla finestra della sua casa nel piccolo borgo dei pescatori e aveva visto quella striscia verde e azzurra uscire dal porto e allargarsi e allungarsi in ogni direzione fino all’orizzonte.
Era nato su un’isola ed era stato del tutto naturale scegliere il mestiere di pescatore come suo padre, come suo nonno.
Proprietario di un peschereccio di basso cabotaggio praticava la pesca costiera che comunque gli forniva un buon reddito essendo pescoso il mare e lui un pescatore esperto che aveva fatto tesoro degli insegnamenti del padre e del padre di suo padre.
Andare per mare per lui non era
fatica ma gioia; soffriva quando per il fermo pesca o per le condizioni meteo avverse, gli era impossibile prendere il largo.
In quei giorni persi, dopo essersi dedicato alla manutenzione della barca e degli attrezzi da pesca, non vedeva l’ora di recarsi su un promontorio o su una spiaggia a colloquiare col mare che sembrava rispondere alle sue domande con lo sciabordio delle piccole onde sulla spiaggia e col fragore dei marosi che si schiantavano sulla scogliera.
Da lì scrutava il mare sia che fosse una tavola azzurra sia che fosse tempestoso e nero. Dal colore dell’acqua individuava le secche e le fosse profonde oppure le correnti; dal passaggio dei delfini e dalla presenza dei gabbiani capiva dove si erano concentrati i banchi di pesce azzurro. Talvolta invece quasi in estasi davanti al suo amore si perdeva in pensieri strani e profondi sulla natura e sull’esistenza.
“Questa immensa bellezza esiste davvero oppure è un mio pensiero o un mio desiderio che si materializza? Quello che immagino è frutto della mia fantasia oppure sono immagini di ciò che esiste o accade altrove e che per un meccanismo naturale a me sconosciuto vengono indirizzate alla mia mente che se ne appropria?”
Un giorno era sul suo promontorio a rimuginare tali estrosi concetti quando avvistò un branco di delfini che velocemente nuotavano verso la costa. Seguendoli attentamente con lo sguardo per non perderli di vista, si meravigliò della strana forma di uno di essi.
Giunti ad una distanza sufficiente, il suo occhio, addestrato a scrutare l’orizzonte, vide che sul groppone del tursiope che sembrava deforme, c’era un bambino anzi un ragazzino che piegato in avanti si teneva alle pinne.
Questa visione lo scosse emotivamente ma non lo meravigliò. Da una rivista di pesca che abitualmente acquistava aveva appreso che già era capitato che alcuni delfini avessero aiutato un naufrago a stare a galla impedendo che annegasse.
Ma era urgente adesso soccorrere e salvare quel bambino. Si rese conto che da solo non ci sarebbe riuscito e decise di andare a chiedere aiuto all’autorità marittima.
Corse velocemente senza mai fermarsi alla Capitaneria di porto. Affannando per la corsa e l’emozione raccontò ai militari del porto ciò che aveva visto.
“Bisogna agire in fretta prima che il ragazzino anneghi; non so quanto potrà resistere a cavalcioni del delfino!”.
Lo guardarono con sussiego dandosi di gomito pensando che fosse ubriaco o stesse vaneggiando.
“Si, usciamo in mare subito ma lei vada a casa e si riposi” e lo dicevano con sorrisi di commiserazione.
Uscì indignato dalla Capitaneria. “Non mi credono, pensano che sia matto”.
Ma non volle darsi per vinto. Girò per tutta l’isola, di spiaggia in spiaggia, di rada in rada, sperando di trovare il bambino.
Addolorato per l’insuccesso passò giorni a scrutare il mare e la costa sperando di trovare qualche indizio della sua presenza e si rassegnò solo quando lesse che un bambino caduto in mare da una nave da crociera, era stato salvato anche grazie all’intervento di alcuni delfini.
“Forse il bambino visto da me era proprio quello”. Secondo le sue teorie sulla realtà pensata, l’immagine del bambino caduto dalla nave era per qualche meccanismo sconosciuto arrivato alla sua mente e alla sua fantasia.
Da giorni non usciva in mare a causa del maltempo, aveva atteso pazientemente che il tempo più clemente gli consentisse di riprendere il suo lavoro.
La mareggiata cominciò a calare e sapeva per esperienza che era un segno del miglioramento definitivo delle condizioni del mare.
Era da giorni che non guadagnava e la famiglia era in ristrettezze economiche. Non attese oltre e prese il largo col suo scafo; calò le reti, tanto nel giro di poche ore il mare sarebbe diventato accettabilmente mosso. Invece la natura non si comporta sempre allo stesso modo.
Le onde ripresero a crescere e i venti a rinforzare. La sua barca sobbalzava sulla cresta delle onde sempre più violente che sembravano volersi accanire proprio contro di lui.
Ammassi di nuvolaglia nera come il carbone affacciatisi all’orizzonte, in pochi minuti occuparono tutto il cielo sopra di lui. La pioggia scrosciava violenta e la nebbia sopraggiunta quasi non faceva intravedere l’isola su cui rifugiarsi.
Marcello diresse il timone verso la costa abbandonando le reti e col motore al massimo dei giri cercò di fuggire in fretta dall’uragano verso l’approdo.
La velocità del vento e la ferocia delle onde lo deviavano dalla rotta e non lo facevano avanzare. Lo scafo pericolosamente veniva spinto verso una zona di scogli sporgenti. Un’onda più violenta delle altre sollevò la barca e la schiantò sugli spunzoni di pietra. Un rumore cupo di legno spezzato precedette il largo squarcio che si produsse nella fiancata. Lo scafo imbarcò acqua e il mare si impossessò della stiva. L’imbarcazione si adagiò su un fianco è affondò. Il pescatore si tuffo in mare e nuotò con quanta forza poteva per sfuggire al gorgo che si andava formando, puntando verso la costa.
Le condizioni del mare continuavano a peggiorare; le onde lo sollevavano in alto per poi scagliarlo nella voragine che si formava sotto di esse; le correnti impetuose lo stavano trascinando al largo mentre le forze scemavano.
“E’ finita” pensò rivolgendo il pensiero alla sua famiglia, poi urlò “Mare traditore” e si lasciò andare al fondo.
Guizzi spumeggianti annunziarono la presenza dei delfini. Questi si immersero e spingendolo verso l’alto con il muso lo riportarono a galla. Una profonda boccata di ossigeno gli ridette un po' di energia e tanta speranza. Si aggrappò con tutta la forza che gli rimaneva al dorso del delfino che gli stava più vicino che prese a nuotare verso la riva velocemente fino all’acqua bassa dove Marcello si separò dall’animale che l’aveva soccorso.
Sentendo che i suoi piedi toccavano il fondo si rassicurò e impegnandosi con le residue forze si trascinò sulla riva dove si lasciò cadere esausto.
Intanto sul porto, sotto violenti scrosci di pioggia e raffiche impetuose di vento, si erano radunati i pescatori e i suoi parenti ed amici protetti da ombrelli, cerate e pastrani. Cercavano di infondere speranza alla moglie e ai figli che già piangevano disperati la scomparsa del genitore.
“Vedrete, se la caverà in qualche modo!” dicevano ma pensavano che nessuno sarebbe potuto uscire vivo da quella tempesta così violenta.
Marcello riposatosi per alcuni minuti sentendosi ritornato un po' in forze si alzò e lasciata la caletta dove aveva trovato salvezza si diresse verso casa. Voleva giungervi al più presto, sapendo i suoi cari in angoscia per la sua sorte.
Giunto al porto inviò un richiamo verso la moglie e i figli che mise fine al loro timore.
Tutti gli corsero incontro complimentandosi per lo scampato pericolo. Lo abbracciavano, lo toccavano quasi increduli che fosse proprio lui.
Nei giorni seguenti amici e conoscenti volevano sapere direttamente da lui del naufragio e come fosse riuscito a salvarsi, cosa che avevano ritenuta impossibile in quel contesto tempestoso.
Lui raccontò tutti i particolari dell’accaduto ma attribuì la salvezza alla sua abilità di nuotatore e alla conoscenza delle correnti marine da lui studiate a lungo osservando il mare.
Dei delfini tacque. Nessuno gli avrebbe creduto e magari l’avrebbero canzonato come un visionario.
Il suo grande amore l’aveva tradito ma lui non provava risentimento nei confronti del mare; Marcello si assunse tutta la responsabilità di quanto accaduto per essere stato molto imprudente e continuò ad amarlo. Una parte del suo cuore però la cedette ai suoi abili e generosi soccorritori.

(by Antonio Abbate)
Oltrepassati i tornelli della stazione del metrò, Bruno sui diresse verso sinistra per prendere la scala mobile che l’avrebbe fatto uscire nei pressi della sua auto parcheggiata lì nelle vicinanze.
Appena sbucò in strada, ebbe una sgradevole sorpresa: sul parabrezza della sua auto c’era un plico che gli sembrò un verbale dei Vigili Urbani. “Questi vigili sono implacabili non ti risparmiano in nessuna circostanza e in nessun luogo”.
Bruno lavorava in una banca con sede in centro a Milano. Aveva per poco tempo, all’inizio dell’impiego, adoperata l’auto per recarsi al lavoro ma aveva presto capito che andare in centro in automobile nell’ora di punta sarebbe stato un suicidio.
Per percorrere meno di otto chilometri impiegava più di un’ora, tutta a passo d’uomo con un continuo cambio di marcia. Prima e seconda, prima e seconda…
Aveva allora optato per un percorso misto. In automobile fino alla più vicina stazione della metropolitana, con questa poi fino al centro città. Se la cavava in trentacinque minuti.
Saltando giù dal letto alle sette, riusciva ad arrivare al lavoro entro le otto e trenta.
Una sua conoscente faceva lo stesso percorso però in bus e metrò.
Questa giovanile signora esercitava un certo fascino su Bruno che perciò quando, passando con la sua 127 color crema al limone, la notava in attesa del mezzo pubblico le offriva un passaggio fino alla metropolitana.
In tali circostanze, giunto alla stazione e dopo aver parcheggiato, Bruno lasciava celermente il posto guida e si precipitava ad aprire la portiera all’amica. Non per galanteria lo faceva ma perché la porta dall’interno non si apriva e non voleva che l’amica scoprisse che la sua auto era un catorcio.
Raggiunta la macchina Bruno emise un sospiro di sollievo. Non era una multa per divieto di sosta ma poggiata sul parabrezza c’era solo una comune busta da lettera.
L’aprì e tirò fuori un biglietto scritto a mano: “Sono Ingrid, vorrei conoscerti, chiamami a questo numero”.
Bruno gongolò, la sua autostima crebbe a dismisura e, tra il serio e il faceto, pensò: “Sono un uomo con grande sex appeal se anche una sconosciuta mi chiede un appuntamento”.
Dopo poco ci ripensò: “e se fosse un tranello, una trappola?”
Questa preoccupazione gli venne poiché aveva letto nella cronaca del Corriere un articolo che parlava delle malefatte di una coppia di stranieri. La moglie seduceva un uomo e lo portava in casa; al momento clou si presentava il marito che menava e rapinava l’ingenuo malcapitato.
Bruno pensò che sarebbe stato meglio non correre rischi e di non dare seguito all’invito.
Si mise in tasca la lettera, mise in moto la macchina e si avviò verso a casa.
Si dimenticò presto di quella lettera fino a che, trascorso più di un mese,
una domenica, mentre ancora si tratteneva a tavola, squillò il telefono in soggiorno.
Sbuffando per essere stato costretto ad alzarsi da tavola ancora prima del caffè, andò a rispondere.
“Pronto” bofonchiò con voce impastata, effetto dell’abbondante pranzo e del vino che l’aveva accompagnato.
“Sono Ingrid”
“Chi”?
“Sono la ragazza che ti ha lasciata la lettera sul parabrezza”.
“Ah…si scusa me ne ero dimenticato”.
La donna gli disse che si aspettava almeno una telefonata di rifiuto o di conferma. La conversazione si protrasse per alcuni minuti. Lei gli rivelò che partendo dalla targa era risalita al numero di telefono. Lui si scusò dicendole che aveva deciso di non telefonarle temendo un pericoloso inganno. Forse anche lei era a conoscenza di episodi sgradevoli e pericolosi; di uomini che avevano accettato inviti da donne sconosciute e di mariti o presunti tali che con minacce e violenza fisica li avevano rapinati e menati. Ma Ingrid continuava ad insistere perché si incontrassero e questa insistenza aumentò in lui la curiosità di conoscerne la motivazione. Per questo non le rivelò di essere un uomo sposato, circostanza questa che con molta probabilità avrebbe chiuso la telefonata.
La moglie che aveva seguito la conversazione fin dall’inizio, forse per mettere alla prova la sua fedeltà, lo esortò ad andare a conoscerla così avrebbe chiusa la questione.
“Senti Ingrid, vediamoci ma non a casa tua, nel bar quello che apre tre vetrine su viale Monza”.
La ragazza accettò, fu stabilito l’orario dell’incontro e le modalità per riconoscersi.
“Io indosserò una mini beige e una camicetta bianca”
“Io terrò in mano la tua lettera”.
Si incontrarono alle diciotto di quella domenica. Lei era seduta nel bar in un angolo appartato. Bruno entrò nel bar tenendo bene in vista la lettera di Ingrid. Lei lo riconobbe e gli fece cenno di avvicinarsi. Gli strinse calorosamente la mano e gli sorrise contenta. Ordinarono due bibite e iniziarono a discorrere.
Bruno era curioso di sapere perché tra tanti aveva scelto lui, forse per sentirsi dire che era affascinante.
Ingrid gli spiegò che recandosi anche lei ogni giorno alla metropolitana alla stessa ora di Bruno l’aveva notato e le era piaciuto.
Lei cercava un tipo che fosse l’opposto del suo robusto e rozzo fidanzato. Bruno era magro, con gli occhiali, fine, ciò che il fidanzato non era. Poi una mattina, quando era arrivato con una signora bionda ed era sceso ad aprirle la portiera, era stata completamente conquistata dalla sua galanteria. Il suo Rocco al massimo le avrebbe data uno spintone perché si affrettasse a scendere; non era cattivo, no, anzi era buono ma era fatto così un po' rude.
“Ma se l’uomo ce l’hai che cosa cerchi?”.
“Adesso ti spiego”.
Gli spiegò quale era il suo piano.
Era fidanzata con Rocco da molti anni e non si era mai fatto domande ma da quando ultimamente le aveva chiesto di sposarla era andata in crisi e si faceva domande su domande. Aveva conosciuto un solo uomo, lui Rocco e anche in senso biblico e non avrebbe voluto che sposandolo commettesse un errore e che la vita matrimoniale si rivelasse un inferno come era già successo a una sua amica.
Era il suo uomo ideale? Quello che condivideva con lui era l’amore quello con la A maiuscola? Forse sarebbe stata più felice con un uomo diverso?
Il suo piano era sperimentare l’amore con un tipo completamente diverso da Rocco per un certo tempo; un uomo gentile, magro, garbato, educato, con aria da intellettuale.
“Quindi hai scelto me per il tuo esperimento” concluse Bruno.
“Proprio per questo” confermò Ingrid.
“E se alla fine della sperimentazione l’uomo cavia ti piacesse più del tuo ragazzo?”.
“Lascerei Rocco per stare con lui”.
“Potrebbe anche non volerti”.
“Cercherei un altro come lui e non come l’attuale fidanzato”.
Rimasero ancora nel bar a parlare fino a che lei gli chiese: “Ancora pensi che io possa essere una di quelle donne che avvicinano gli uomini per rapinarli?”.
“Proprio no, si vede che sei una ragazza pacifica anche se con qualche idea particolare!”
“Allora possiamo andare a casa mia, temo di aver lasciato, nella fretta di uscire, un fornello della cucina acceso; abito in un monolocale in zona, da sola, i miei sono a Torino”.
“Andiamo” le rispose.
Lo condusse in una traversa a poche decine di metri dalla stazione della metropolitana, in una piccola palazzina a due piani. Il monolocale era spazioso, confortevole e ben illuminato.
“Eccoci qui” disse lei accompagnando le parole con un sorriso.
“Eccoci qui” rispose lui con un sorrisetto imbarazzato.
Mentre Ingrid preparava un caffè, lui ebbe modo di osservarla nei particolari.
Era una ragazza piacente, di media altezza, carnagione chiara, formosa in modo giusto, sorriso piacevole. Non era perfetta, c’era qualche piccolo difetto come il naso un poco schiacciato che però le metteva simpatia e le gambe non proprio proporzionate alla lunghezza del tronco. Tuttavia a questa disarmonia sopperiva con un discreto tacco che ristabiliva le giuste proporzioni.
Bruno pensò alla moglie e alla serena convivenza con lei e decise che non avrebbe per nulla ceduto alle eventuali lusinghe della ragazza. Anzi prevenne la richiesta esplicita della donna di iniziare subito a provare con un altro uomo.
“Senti Ingrid non ti ho ancora detto un particolare non irrilevante, io sono sposato”.
La ragazza tradì un’espressione di forte delusione.
“L’avessi saputo non ti avrei lasciato la lettera; non porti la fede e ti ho creduto libero. Allora non se ne fa niente anche se un po' mi dispiace. Non sono una sfasciafamiglie. Però un bacio me lo puoi dare”,
Ciò detto si accostò a Bruno e lo baciò appassionatamente; poi l’accompagnò alla porta. Il bacio aveva avuto confuso le idee a Bruno che quasi quasi ci ripensava. Rimase fermo sull’uscio qualche istante per chiarirsi le idee ma Ingrid chiuse la porta e decisa lo salutò con un netto: “A non rivederci”.
Una cronaca del XVII secolo
(by Antonio Abbate)
Sulla sponda orientale del lago di Como nel tratto fra Mandello e Varenna che guarda verso Bellagio, una piccola penisola si insinua nel lago. Essa è occupata interamente da un castello e dal piccolo borgo Castello frazione della località La Rocca.
Intorno alla metà del XVII secolo il castello che era stato dimora di Teodolinda e prigione della regina Adelaide, era divenuto la residenza della potente e ricca baronessa Isidora. Rimasta vedova, la nobildonna si distingueva per la sua religiosità e per le ricche donazioni di cui beneficiavano chiese e conventi del circondario. La sua unica figlia Linda seguiva le orme materne e per le sue pratiche religiose frequentava in particolare il convento benedettino verso i monti in località La Foppa.
Era prossima l’ora del tramonto di una tiepida giornata di primavera. La baronessina Linda, accompagnata dalla sua cameriera, uscì dal castello per andare a passeggiare sulla bianca spiaggia di ghiaia e ciottoli addossata alla selva di faggi e ontani.
Il sole ancora rifletteva i suoi raggi sull’increspature del lago.
Le si avvicinò il giovane conte Astolfo di Montelupo suo ammiratore:
“Baronessa permettete che vi accompagni?”
Altezzosa e superba, senza nemmeno rivolgergli lo sguardo: “Voi potete accompagnare solo quelle” rispose indicando delle popolane che sostavano sulla spiaggia, in attesa di mariti e parenti che stavano per rientrare dalla pesca.
“Ne sarei onorato” ribatté con un po' di acredine il conte che si inchinò e si allontanò.
La Marchesina era giovane e piacente e anche Astolfo lo era; ciò che li distingueva era il censo. Lei era ricchissima, lui un nobile di una casata decadente e indebitata.
Astolfo non aveva colpa; il responsabile del dissesto era stato suo padre che aveva vissuto dedicandosi alla caccia e ai piaceri e non aveva amministrato saggiamente le sue proprietà. Aveva così lasciato al figlio ipoteche da estinguere e debiti da saldare, dei quali il giovane non riusciva a venirne a capo.
Alcuni mesi dopo questo incontro, Isidora la madre di Linda si svegliò si soprassalto alle prime luci dell’alba. Aveva da pochi giorni un cruccio, un pensiero costante che le rodeva la mente e le faceva trascorrere notti insonni.
Si alzò dal letto e indossata una lunga vestaglia di seta ricamata in oro, si recò nel suo studio.
Preparò con ogni cura un invito per il ricevimento che annualmente dava in occasione della festa del patrono al quale invitava la migliore nobiltà locale e gli uomini di potere.
Al mattino affidò la lettera al maggiordomo ordinandogli di consegnarla personalmente al signor conte Astolfo di Montelupo.
Costui al ricevere il plico inviatogli dalla baronessa, rimase turbato.
Perché quella lettera? Aveva agito anche involontariamente contro di lei? Aveva detto o fatto qualcosa che poteva averla indisposta nei suoi confronti? Poiché poteva senz’altro escludere qualsiasi atto ostile compiuto contro la baronessa, pensò che volesse anche lei approfittarsi dei suoi debiti per sottrargli qualche proprietà.
Aprì il plico e ne rimase sbalordito. La potente signora si degnava di invitarlo al ricevimento. Strano, pensò, molto strano, perché un tale invito non era pervenuto nemmeno a suo padre quando il suo casato contava ancora qualcosa.
Decise comunque di accettarlo e comunicò il suo assenso alla nobildonna con una lettera affidata allo stesso latore dell’invito.
Per presentarsi in società in forma dignitosa e confacente al suo titolo dovette indebitarsi ulteriormente per l’acquisto di nuovi abiti e per il noleggio di una carrozza.
Quando fu introdotto nel salone del ricevimento, la baronessa gli andò incontro, accogliendolo personalmente. Questo atto di cortesia a lui riservato lo sorprese ancora di più considerato che gli ospiti anche di rango superiore a lui si recavano ad ossequiarla mentre lei rimaneva seduta sul suo prezioso seggio di ebano intarsiato d’oro. Isadora lo presentò ai notabili con parole lusinghiere poi lo affidò alla figlia distogliendola da una animata conversazione con l’abate Certaldo, giovane e affascinante frate già capo di una importante realtà monastica proprietaria di molte terre dal lago a Lecco.
I due giovani colloquiarono freddamente alquanto imbarazzati anche per l’increscioso episodio della spiaggia risalente ad appena qualche mese.
Dopo qualche ora un paggio riferì al conte che la baronessa l’attendeva in studio.
La signora fece accomodare il conte su una poltrona e lei gli si sedette di fronte.
“Penso che si sia meravigliato dell’invito”.
“Non posso negarlo” fu la risposta.
Gli spiegò poi che l’invito mirava a due scopi: farlo conoscere ai suoi amici importanti e parlargli in privato di una questione che le stava molto a cuore.
“Mia figlia ha quasi trent’anni e deve prendere marito”. Gli spiegò che aveva pensato a lui come marito per due ragioni; perché era di bell’aspetto e non sarebbe dispiaciuto alla giovane e perché era oberato di debiti.
“Perché per i debiti?”
“Perché” gli rispose “io mi addosserò ogni suo debito contratto fino ad ora da lei e da suo padre; cancellerò ogni ipoteca; darò in dote a mia figlia un palazzo a Como, uno a Lecco e uno a Milano; inoltre una rendita annuale di ventimila ducati. Omaggerò poi lei, come dono di nozze, di un possedimento di venti ettari di vigneti in quel di Brescia.
Il giovane rimase sbalordito da tanta inattesa generosità ma subodorò un inganno.
La promessa sposa è bella e giovane, possibile che non abbia pretendenti? Perché questi regali proprio a me? O la ragazza è malata o c’è un motivo per cui tutti la rifiutano.
“Signora, lei è generosissima e la ringrazio di cuore, tuttavia proprio questa generosità mi crea qualche domanda…”
“Oltre che bello è anche intelligente” gli rispose la donna “mia figlia è incinta di una persona che non potrà mai sposare: ecco, in cambio di quello che le do, lei col matrimonio salverà l’onore del mio casato messo a rischio dal comportamento irresponsabile di Linda”.
Il ragazzo, messo di fronte a questa realtà, titubava.
“Le conviene accettare” gli consigliò la nobildonna “perché è con l’acqua alla gola e i creditori le porteranno via tutto”.
Era un consiglio o una minaccia? Il giovane accettò.
Il matrimonio fu celebrato appena possibile, in forma solenne. Per fugare dubbi che potevano essere destati da questa unione inattesa, la baronessa fece diffondere la falsa notizia che i due giovani si frequentavano da tempo ma avevano tenuto nascosto anche a lei la frequentazione temendo la sua disapprovazione a causa della differenza di censo e lignaggio.
Subito dopo il matrimonio iniziarono disaccordi nella coppia. Lui da sempre innamorato di lei pretendeva i diritti che gli spettavano come marito. Linda si oppose con argomentazioni che parvero, dopo lunga discussione, logiche e condivisibili anche al conte.
“Siamo due estranei che hanno avuto anche qualche scontro. In pratica non abbiamo avuto neanche il tempo di conoscerci. Io sono incinta di un altro. Ti chiedo un po' di tempo affinché io mi possa abituare a te e si stabilisca almeno un po' di confidenza fra noi”.
Gli disse anche che in questo tempo lo esentava dal dovere di fedeltà, poteva frequentare tutte le donne che desiderava per non pensare a lei.
Astolfo accettò di attendere fino al termine della gravidanza e dichiarò che poiché l’amava non le interessavano altre donne.
Il giovane rispettò il suo impegno e intanto lei accentuava le pratiche religiose aumentando le visite soprattutto al convento benedettino.
Nacque un bambino sano e robusto che lui riconobbe come suo, avendolo promesso a Isadora e quando Linda si fu ristabilita passò finalmente a riscuotere il suo credito.
E una sera entrò nella camera di Linda; la desiderava e non riusciva più a reprimere tale desiderio. Le disse che l’amava e che non poteva più aspettare.
Linda si oppose ancora e anzi gli confessò l’inconfessabile.
“Io non potrò mai amarti perché il mio cuore appartiene ad un altro, il padre del bambino, l’abate Certaldo”.
Queste parole gli offuscar il lume della ragione e in preda all’ira e alla gelosia la prese con la forza. Dopo tutto era suo marito.
A causa di questa violenza la donna si allontanò dalla sua casa e raggiunse Certaldo nel convento, come fu riferito ad Astolfo dai servitori.
Doveva riportarla a casa e mettere fine a quella peccaminosa e sacrilega relazione.
Montò sul suo cavallo e da solo, rinunciando a all’accompagnamento dei suoi servitori, si avviò galoppando verso quel sacro luogo. Tanto non correva alcun pericolo recandosi presso pacifici monaci. La strada si snodava solitaria all’interno di un folto bosco. Era già in prossimità dell’eremo quando improvvisamente sbucarono dai cespugli sette uomini mascherati armati di bastoni, Astolfo estrasse la spada e si difese strenuamente fino a che a causa delle soverchianti forze avverse dovette ritirarsi per non soccombere. Allontanandosi urlò verso gli assalitori: “Monaci maledetti! Che Belzebù e Asmodeo vi portino tutti all’inferno!”.
Ma Astolfo non voleva rinunciare a nessun costo a Linda anche se lei stessa lo rifiutava e gli preferiva il monaco. Ma chi avrebbe potuto aiutarlo a risolvere la situazione? Certamente un’alta autorità religiosa. Pensò allora di rivolgersi al vescovo al quale chiese udienza.
Dal corpo obeso, dal viso arrossato e dal grosso naso violaceo, si capiva che non rinunciava a lauti pasti e ad abbondanti libagioni.
Il vescovo ascoltò molto attentamente il racconto del conte e non gli rifiutò il suo interessamento. In realtà era veramente interessato alla vicenda ma soltanto perché intravide la possibilità di appropiarsi dei beni della coppia se li avesse fatti condannare. Nei fatti raccontati era evidente la presenza di interventi diabolici e la Santa Inquisizione sarebbe certamente intervenuta, espropriandoli dei loro beni che sarebbero stati attribuiti alla Curia.
Messo al corrente dal vescovo, il tribunale della Inquisizione arrivò in fretta a La Rocca con a capo il sanguinario fra Paolo Fregoso monaco domenicano famoso per la sua ferocia. Con carrozze tirate dai cavalli e carri trainati da buoi giunsero con lui armigeri, segretari, cancellieri, uomini di fatica e donne di servizio.
Tutti si installarono nel convento dei benedettini. Il primo atto emesso dal sanguinario al termine di una breve istruttoria fu un ordine di arresto per i tre protagonisti della vicenda. Astolfo e Linda non furono reperiti in quanto la baronessa informata dai suoi confidenti, per non correre rischi aveva fatto espatriare i due coniugi in una nazione protestante.
Il processo in contumacia si svolse celermente. A presiedere il tribunale fu lo stesso vescovo che pensò di curare personalmente i suoi interessi. Fregoso accusò violentemente di connivenza col demonio Astolfo e Linda, mentre fu più che benevolo nei confronti di Certaldo.
Per corrompere un abate tanto devoto e pio, quella donna era ricorsa ad arti demoniache in quanto solo con la seduzione femminile non poteva riuscirci; il demonio l’aveva aiutata coi suoi subdoli poteri.
Anche Astolfo era colpevole poiché aveva minacciato i monaci invocando col loro nome Belzebù e Asmodeo; il che dimostrava chiaramente che tra loro c’era familiarità e frequentazione. Certaldo invece aveva sì mancato a suoi doveri ecclesiastici ma la sua colpa era lieve perché nessuno avrebbe potuto resistere alle arti seduttive di una donna posseduta dal demonio.
I due giovani furono condannati al rogo; il monaco, destituito dall’incarico di abate, a solo due anni di clausura.
Isidora non si arrese alla ingiusta sentenza e, esercitando tutto il potere che le derivava dal titolo nobiliare e dalla ricchezza, riuscì ad ottenere la revisione del processo. Astolfo e Linda furono riconosciuti dai giudici della revisione, dopo che questi ebbero ottenuto borse di monete d’oro, non colpevoli di connivenza col malvagio. Rientrarono in possesso dei loro beni e ritornarono a La Rocca. Il vescovo corrotto fu rinchiuso a vita in un convento.
Le cronache del tempo non riportano se i due riuscirono a superare i problemi che li avevano divisi o se lei continuò a cercare il suo frate.
(by Antonio Abbate)
E’ domenica. Claudio si alza alle otto. Deve partecipare al torneo di padel al quale si è iscritto da tempo. Si prepara. Ha qualche minuto per fare colazione. Va in cucina. Lei è di spalle, affaccendata sul lavello. Non si volta, non l’ha sentito entrare o finge di non averlo sentito. Sul tavolo c’è la caffettiera e il bricco del latte.
Claudio si versa il latte, mette il caffè nella tazza del latte senza parlare.
Mette lo zucchero e gira lentamente il cucchiaino nella tazza, senza parlare.
“Fra poco esco” poi dice. “Non penso di ritornare per il pranzo”.
Lei non risponde né si volta. Un segno di disappunto si disegna appena sul viso di Claudio. Si alza dal tavolo ed esce dalla cucina.
Quando il disco del sole si inabissò lasciando all’orizzonte soffusi bagliori rosa, Claudio si decise a ritornare nella sua stanza dove si preparò per andare a cena.
Da quando era giunto in quell’albergo, non si perdeva un tramonto. Ogni giorno, nel tardo pomeriggio, saliva sul solarium, il punto più elevato dell’edificio e si sistemava in prima fila come se dovesse assistere ad una rappresentazione teatrale.
Da quella posizione si potevano ammirare i più spettacolari tramonti; ogni volta simili ai precedenti ma mai identici.
Talvolta si assisteva a una battaglia tra le tenebre e la luce; talaltra alla seduzione del mare verso il sole oppure ad un abbraccio sullo sfondo dell’orizzonte tra il sole e le nuvole sparse che sembravano volergli dare l’ultimo giornaliero saluto mentre si inabissava.
Il tempo trascorso a rilassarsi sul solarium era per Claudio anche un’occasione per riflettere sull’ importante decisione da prendere.
Decisione da ponderare attentamente perché avrebbe condizionata la sua vita futura. Doveva decidere se riprendere i rapporti con sua moglie o interromperli definitivamente.
Negli ultimi tempi la convivenza era divenuta impossibile e nonostante la presenza di due bambine ancora in età scolare che Claudio amava sopra ogni cosa, aveva proposto alla moglie una separazione temporanea, una pausa di riflessione che lei gli aveva subito accordata.
Era questo il motivo per cui si trovava a trascorrere la vacanza da solo.
E pensare che si erano sposati per amore, innamorati l’uno dell’altra e convinti che il loro amore sarebbe durato per sempre.
I primi anni di matrimonio erano stati una continua felice luna di miele.
Le prime incrinature si erano manifestate già dalla nascita della primogenita.
Francesca presa dalle cure per la figlia non aveva più le stesse attenzioni per il marito che pur comprendendone il motivo, si sentiva trascurato e messo da parte.
Quando le cose sembravano essersi rimesse nella normalità di un affiatato rapporto di coppia ecco la seconda gravidanza.
Due bambine da accudire, la casa, il lavoro, Francesca si isolò sempre più nelle sue priorità mentre Claudio si sentiva sempre più solo ed escluso dalla famiglia.
Riprese allora a frequentare gli amici di prima. Il calcetto, gli aperitivi, gli incontri serali divennero sempre più frequenti. Una risposta sbagliata agli atteggiamenti escludenti di Francesca.
Avrebbe dovuto comprendere il perché del comportamento della moglie, aiutarla a superare le difficoltà, essere più partecipe. Invece da ripicca nacque ripicca e finirono per comportarsi come estranei nella stessa casa.
Lui pensava al suo lavoro e a come trascorrere piacevolmente il tempo libero.
Lei accudiva le bimbe e si distraeva dalla routine quotidiana accentuando i contatti telefonici e social con le amiche.
Al termine del congedo per maternità, anche lei riprese a lavorare ed impose al marito di dividersi gli impegni familiari. Pretese anche che si spartissero le uscite serali e più tardi rientrava Claudio, più posticipava i rientri Francesca.
Questi comportamenti insinuarono in entrambi il sospetto che ci fossero tradimenti.
Claudio aveva deciso di voler trascorrere una vacanza tranquilla e rilassante per riprendersi dallo stress causato dalla sua situazione familiare.
Bagni di mare e di sole, passeggiate sulla scogliera, pasti regolari in albergo e dopo cena musica sulla terrazza o in salone secondo la programmazione dell’albergo.
All’intrattenimento serale Claudio era sempre puntuale. Arrivava cinque minuti prima che iniziasse lo spettacolo curato dagli animatori e andava via al termine dell’ultima esibizione del cantante.
Alcune coppie ballavano. Claudio si cimentava in balli di gruppo con i ragazzi dell’animazione. Amava il liscio ma riteneva opportuno non invitare le donne presenti che erano tutte in compagnia di un uomo. Preferiva non intromettersi fra le coppie per non creare malintesi che potessero compromettere la serenità della sua vacanza.
Col passare dei giorni giunsero numerosi altri villeggianti ad affollare l’albergo.
All’aumento dei villeggianti seguirono due conseguenze, una positiva ed un’altra negativa.
La negativa fu l’affollamento del solarium dove divenne problematico trovare posto ogni giorno.
La positiva che, una sera, una nuova coppia prese posto, nello spazio dedicato al pianobar, al tavolino accanto a quello occupato da lui.
Lei molto interessante per i tratti del viso espressivo e volitivo. Con forme giuste che mettevano in risalto la sua figura e la contornavano di un alone di fascino e sensualità.
Lui piuttosto in carne, simpatico, di poco più basso di lei. Appariva molto rilassato. Spaparanzato sulla sedia di tanto in tanto portava alle labbra un bicchiere di bibita colorata.
Lei attenta alla musica, talvolta si alzava e sul posto accennava passi di danza.
Claudio in coppia con una ragazza dello staff, per la prima volta si esibì in un foxtrot figurato. Ritornato al suo posto, ricevette i complimenti della donna.
“Bravo, si vede che sa ballare”.
“Grazie, peccato che non ci sia una ballerina per me.”
Visto che la signora aveva rotto il ghiaccio, Claudio osò:
“Io sono Claudio.”
“Io Nora e lui è Giacomo”.
Giacomo sorrise affabilmente.
“Ho visto che accennava passi danza, continuò Claudio; se le va di ballare mi proporrei come cavaliere, sempre con il consenso di suo marito”.
“Consente” rispose sicura Nora.
Ballarono con passo sicuro e armonioso. Si capiva che entrambi erano esperti. Dopo il primo ballo Claudio ringraziò la sua dama e educatamente la riaccompagnò al suo posto. Fu lei che si propose nuovamente:
“Non mi invita più? Non sono stata abbastanza brava”?
“Anzi bravissima, molto più di me; ma il fatto è che non amo intromettermi nella coppie, preferisco che ogni signora balli con il proprio partner…”
“Ma lui non sa ballare”.
Ripresero a ballare insieme. Claudio, per prudenza, non teneva la postura giusta che prevede che il ballerino stia a contatto di bacino con la sua dama.
Lei glielo fece notare e si accostò a lui. “Con la giusta postura si balla meglio”.
Nelle seguenti serate ballarono spesso insieme. Giusta postura e precisione nell’esecuzione delle figure suscitarono l’ammirazione dei presenti.
Gustarsi il tramonto dal solarium non aveva più il fascino dei primi giorni.
Era scomparso quel pomeridiano silenzio avvolgente e la solitudine che ti univa malinconica alle evoluzioni dell’astro. Un continuo brusio di sottofondo, il fumo delle sigarette, un via vai continuo sminuivano il fascino dello spettacolo.
Claudio si decise a cambiare posto di osservazione e di seguire il tramonto dalla scogliera dove, durante le sue escursioni, aveva trovato un avvallamento profondo abbastanza per sottrarsi alla vista degli altri, con scogli levigati a sufficienza per potersi distendere comodamente.
Si munì allora di due teli ampi e si diresse verso il luogo prescelto.
Quando vi giunse ebbe la sorpresa di trovare il posto occupato da Nora che aveva avuto la stessa idea.
“Hai occupato il mio posto” disse.
“E quando lo hai acquistato”? rispose Nora.
“Lo frequento abitualmente ma siccome è occupato vado altrove”.
“Facciamo così: Se mi prometti di rimanere in silenzio fino alla scomparsa del sole, ti ospito” gli propose Nora
“Accetto molto volentieri” rispose Claudio che su Nora aveva cominciato a fantasticare già dal primo ballo.
In silenzio, insieme seguirono uno spettacolare tramonto che a Claudio sembrò ancora più suggestivo degli altri giorni per la vicinanza di Nora.
Fu la donna a rompere il silenzio.
“Da alcuni giorni balliamo insieme, ma, a parte i nomi, di noi non conosciamo niente”.
Claudio allora le raccontò del perché della sua vacanza solitaria, del dispiacere di vedere naufragare il suo matrimonio; di quanto già gli mancassero le due bambine.
Nora gli confidò di essere single in perenne attesa del principe azzurro. Giacomo era solo un caro amico col quale spesso si accompagnava e col quale era diventata quasi un’abitudine fare vacanze. Effettivamente Giacomo era innamorato di lei che per lui non sentiva che un grande affetto. Erano in vacanza insieme anche quest’anno ma avevano pattuito che ciascuno secondo le circostanze sarebbe stato libero nelle sue scelte.
Ecco che era lì da sola in quanto Giacomo non rispettava i patti e diveniva sempre più assillante nei suoi atteggiamenti affettivi.
“Beh, vado” disse Claudio dopo una pausa di imbarazzato silenzio.
“Non andare” rispose Nora in un tono quasi implorante. “Rimani ancora un po', mi va di chiacchierare con te”.
Un brivido percorse il corpo di Claudio e Nora lo notò.
“Anch’io ho brividi di freddo; facciamo che ti distendi sul mio plaid ed utilizziamo i tuoi per coprirci”.
Un fiotto di caldo sangue arrossò il viso del giovane; fu preda all’improvviso di un desiderio carnale che non riusciva ad allontanare.
Le si sdraiò accanto e rimase in silenzio.
“Non parli più?” fece Nora in tono canzonatorio. “Ti da forse fastidio la mia vicinanza? Siamo già stati in contatto fisico ballando; non è una novità”.
“Starti vicino non mi imbarazza per niente, anzi…, ma è diverso dal ballare insieme”.
Lei si girò sul fianco verso di lui e lo fissò negli occhi infuocati di desiderio.
Lui le prese la mano, lei strinse la sua come per dire “lo voglio”.
I loro respiri già erano affannosi. La distanza fra i loro visi e le bocche era minima.
Fu lei che per prima appoggiò le labbra sulle sue.
Claudio lasciò andare completamente le remore che lo imbrigliavano.
Ricambiò i baci con voluttà mentre le sue mani la carezzavano lentamente.
Nora rispose dolce e con passione ad un tempo.
Dopo i sussulti finali rimasero abbracciati ancora per un minuto, poi ripresero la posizione supina tenendo sempre le mani intrecciate e senza inutili commenti guardarono le prime stelle comparse nel cielo.
“Ora devo andare” disse Nora dopo un po’.
“Va bene, ti accompagno”.
“No” fece lei “preferisco non rientrare insieme”.
“Ma più tardi, ci vedremo al ballo?”
“Chissà”.
Nora si avviò lentamente, quasi restia a rientrare; Claudio attese dieci minuti e poi anche lui fece rientro in albergo.
Puntuale si recò al ballo ansioso di rivederla, non pensava che a Lei.
Attese invano per tutta la serata il suo arrivo ma Nora non si presentò.
Non rivedendola neanche al mattino seguente chiese di lei alla reception.
“I signori di cui mi chiede hanno lasciato l’albergo questa mattina prima di colazione”.
Trascorsero due anni e Claudio ritornò a villeggiare nello stesso albergo ma non da solo; questa volta con la moglie e le due bambine.
Tutto si era appiano e chiarito con un po' di buona volontà di entrambi i coniugi.
La stanchezza di lei, il disinteresse di lui avevano creato equivoci e incomprensioni. Poi le ripicche avevano fatto il resto allontanandoli sempre di più fino a portarli a quella separazione di prova.
Avevano poi compreso che potevano stare bene insieme e si erano reciprocamente promessi di non ricadere nei vecchi errori, di dirsi sempre tutto con sincerità e di darsi aiuto in ogni difficoltà.
Anche Nora era ritornata insieme a Giacomo ma questa volta avevano al dito un appariscente anello matrimoniale.
Si incontrarono. “Ciao Nora, ciao Giacomo, mia moglie e le mie bambine”.
Nora accolse Francesca con molta cordialità e fece tanti complimenti alle due piccole.
“Avremo occasione di vederci spesso, disse Francesca; potremo organizzare qualcosa insieme”.
Claudio e Nora concordarono di pranzare allo stesso tavolo e di prendere ombrelloni contigui, come amici di vecchia data.
Nora era ancora più bella ma Claudio ora si sforzava di vederla solo come una carissima amica.
L’amore per la moglie era ritornato assoluto ed appagante.
Nei confronti di Nora gli rimaneva una grande curiosità. Voleva capire il motivo di quell’allontanamento improvviso e immotivato dopo quell’esplosione di passione.
Attese un momento opportuno lontano da orecchie indiscrete e soprattutto da quelle dei rispettivi coniugi.
“Nei tuoi confronti, disse Nora, provavo fortissimi sentimenti ed una irresistibile attrazione, anche se ci eravamo conosciuti da poco. Un colpo di fulmine? Sarà stato il ballo galeotto, i tuoi sguardi di desiderio, l’atmosfera vacanziera insomma quello che è stato è stato, io ti volevo e non solo per quel pomeriggio”.
“Questo che dici è in contrasto col tuo comportamento che continuo a non spiegarmi” osservò Claudio.
“Adesso ti spiego tutto. Quando mi hai parlato con enorme trasporto delle tue figlie, mi hai bloccata. Ho capito che non dovevo privarle del loro papà e di una famiglia unita. Non sarebbe stato giusto e mi sono imposto di rinunciare a te. Sono una persona decisa che quando fa una scelta importante agisce con coerenza.
Bisognava dare un taglio netto allontanandomi subito senza rivederti perché rivedendoti forse non avrei avuto la forza di lasciarti. Sono contenta adesso di avere preso la decisione giusta. Sei ritornato con tua moglie le tue figlie e ti vedo felice”.
“Anche tu sei felice, vedo; hai fatto una scelta che sembravi escludere.”
Nora aspettava il principe azzurro da anni e sembrava averlo trovato in Claudio ma poi le cose erano andate diversamente.
Giacomo non incarnava fisicamente il principe azzurro, ma aveva tante qualità da equivalervi. Era serio, onesto, generoso, innamorato da anni. Niente gli mancava per essere un ottimo compagno di vita.
“Perciò mi sono decisa e dopo anni che mi corteggiava l’ho sposato”.
“Io, invece, ti avrei sposata quella sera stessa” le disse Claudio.
“Quel ch’è stato in passato ora dobbiamo dimenticarlo, rispose Nora, per vivere nel migliore dei modi il presente che consapevolmente abbiamo scelto”.
(by Antonio Abbate)
La volle chiamare Azzurra la madre perché il giorno del parto il cielo era di un azzurro carico che lei non aveva mai visto prima.
A sedici anni Azzurra e Peppe si incontrarono per la prima volta. La ragazza si trovava nella camera che dava sul lastrico solare per far pulizie mentre fuori, sul terrazzo, ferveva il lavoro di asfaltatura. Era il mese di giugno e il sole picchiava forte a mezzogiorno e aggiungeva calore a quello che già si sprigionava dalla pece bollente.
Peppe a torso nudo era immerso nei vapori solfurei che si alzavano dal catrame e nelle nuvole di vapore che si formavano dall’acqua versata sul materiale bollente per raffreddarlo dopo che era stato steso.
L’uomo somigliava a un aiutante di Vulcano al lavoro nella sua officina.
Uscito dalla nuvola di vapori Peppe bussò alla portafinestra della stanza per richiamare l’attenzione della ragazza.
“Vorrei per cortesia un bicchiere d’acqua” disse alla ragazza quando questa si affacciò sull’uscio.
Azzurra si ritirò per ritornare poco dopo con una bottiglia di acqua fresca.
“Vi ho portato una bottiglia così ne tenete anche per dopo”.
Peppe la ringraziò e tornò al lavoro.
In questo primo incontro Peppe non fece una grande impressione ad Azzurra.
Ha un bel sorriso, pensò, ma tutto così nero sembra un marocchino.
Il giorno dopo fu Azzurra che di sua iniziativa portò acqua fresca al giovane.
“Mi avete letto nel pensiero” disse “avrei voluto chiedervi da bere ma non perché ho sete, l’acqua oggi l’ho portata, ma per rivedervi”.
“E perché?”
“Perché siete bella”
Azzurra abbassò gli occhi e si ritirò arrossendo. Questa seconda volta Peppe le piacque di più, l’aveva guardato meglio. Non solo aveva un bel sorriso dai denti perfetti ma anche una muscolatura degna di un atleta e due occhi ancor più neri del materiale con cui lavorava, luminosi e penetranti.
Si rividero ogni giorno anche solo per scambiarsi un sorriso. L’ultimo giorno di lavoro Peppe, quando lei gli portò la bottiglia di acqua fresca, le disse: “mi dispiacerebbe se adesso, terminato il lavoro, non dovessimo più vederci”.
“Al pomeriggio scendo nel giardino a innaffiare le piante, se ti affacci dal muretto mi vedi e mi chiami”.
Nel tardo pomeriggio Azzurra scendeva in giardino, lui arrivava e si affacciava al muretto, lo scavalcava e per non farsi vedere si nascondevano dietro al grosso e folto cespuglio formato da un groviglio di gelsomini, rose e rovi.
Questi incontri segreti andarono avanti per alcuni mesi finché gli innamorati non furono scoperti. Il padre proibì ad Azzurra l’accesso al giardino per impedirle di rivedere Peppe. A lei spiegò che si opponeva alla loro relazione per vari motivi: la ragazza era troppo giovane, lui troppo grande per lei avendo dieci anni in più. La ragione principale era risultata da informazioni prese sul giovane: era poco amante del lavoro ma molto amante di alcol e gioco di carte.
Azzurra per nulla convinta accusò il padre di inventarsi delle storie pur di distoglierla dal suo amore. Lei lo amava ed era convinta che quello era l’uomo che voleva.
Il padre le rispose che mai avrebbe dato il suo consenso.
Questa netta opposizione del padre portò Azzurra ad avercela con lui; si sentiva tradita. Possibile che suo padre non desiderasse che sua figlia fosse felice? Possibile che non capisse che lei sarebbe stata felice soltanto unendosi con Peppe il suo primo e unico grande amore?
Anche sua madre cercò di farla ragionare: “Tuo padre si oppone perché sa bene che non è l’uomo per te, informazioni sicure danno di lui un giudizio molto negativo”.
“Sono solo male lingue” si limitò a dire Azzurra.
Avendo lei questi pensieri, fu facile per il fidanzato convincerla a “fuggire” per mettere i genitori di fronte ad una realtà non più modificabile.
Decisero il giorno della fuga. Lei furtivamente preparò una borsa con poca biancheria e oggetti per l’igiene personale e nella notte si allontanò dalla sua casa e raggiunse l’amante nella località concordata.
Quando i genitori si resero conto dell’accaduto la madre scoppiò in pianto temendo per la figlia, poi si adoperò affinché la notizia non uscisse dalla stretta cerchia familiare, infine convinse il marito che sarebbe stato meglio perdonarla, far ritornare quella figlia ingrata, dopotutto era una bambina e celebrare al più presto il matrimonio anziché fare i duri e correre il rischio di finire in bocca alla gente.
A malincuore perché sempre più convinto della pessima scelta della figlia, il padre si addossò tutte le spese. Al matrimonio celebrato e festeggiato sull’aia parteciparono parenti e amici.
Al termine del ricevimento, quando Azzurra si recò a salutare suo padre, questi mesto le disse: “Mi spiace che avrai una vita di sofferenze ma in futuro ricordati che io ho fatto di tutto per metterti in guardia”.
Aveva visto lungo. Peppe infatti si era comportato come marito serio e affettuoso per qualche anno, avvicinandosi sporadicamente al gioca e all’alcool. Purtroppo in seguito fu preda dei vecchi vizi di gioventù, divenendovi sempre più dipendente giungendo al punto di far mancare alla moglie e ai figli, che intanto erano arrivati,
anche i mezzi di sostentamento.
Lei, orgogliosa e tenace, scartò subito l’idea di rivolgersi ai genitori e si adattò a fare da cameriera e badante.
Quel che riusciva a guadagnare assicurava alla sua famiglia solo il minimo indispensabile perciò era sempre alla ricerca di un lavoro più redditizio.
Quando una sua conoscente le assicurò che si poteva guadagnare molto di più vendendo porta a porta biancheria negli sperduti paesini della provincia sprovvisti di negozi e collegamenti comodi con il capoluogo, lei accettò anche se la donna le aveva precisato che si trattava di un lavoro molto faticoso. Azzurra non si lasciava spaventare dalle difficoltà.
Prese a girare per paesi e villaggi carica di borsoni traboccanti di magliette, calze, coperte, lenzuola. Ritornava la sera in treno stanchissima ma felice per i lauti guadagni. Proseguì in questo lavoro che diventava sempre più faticoso per alcuni anni. Una sera dopo una giornata ancora più faticosa del solito trascorsa girando per la campagna sotto il sole trascinando borse e valige di biancheria, durante il viaggio di rientro stette male in treno.
Il treno sferragliava correndo nel fondovalle e il suo fischio veicolato dall’eco era udibile in tutti i villaggi adagiati sul fianco delle colline.
Azzurra seduta sul sedile di legno di una vettura di classe popolare respirava con difficoltà. La nausea l’attanagliava la gola e la testa le doleva. Si sentiva in equilibrio instabile. Pensò che rinfrescandosi il volto con l’acqua avrebbe avuto un po’ di sollievo. Faticava a stare in piedi ma appoggiandosi prima alle testate dei sedili e poi alle pareti della piattaforma raggiunse la toilette.
Dal rubinetto usciva solo un filino d’acqua. Attese che si riempisse l’incavo formato dalle mani accostate. Sciacquò il viso e asciugatasi uscì. Proprio in quel momento il treno si incuneò nella galleria e la forte compressione dell’aria scosse violentemente la vettura. Si spensero le luci. Azzurra fu spinta verso un lato della piattaforma e cadendo cercò istintivamente un appiglio attaccandosi alla prima cosa che ebbe sotto mano. Era la maniglia della porta della vettura che si spalancò.
Azzurra sarebbe stata risucchiata all’esterno se robuste mani non l’avessero trattenuta per le caviglie e trascinata lontana dal pericolo.
Sempre nel buio quell’uomo messo lì dalla Provvidenza la sollevò e la trattenne tra le sue braccia perché lei terrorizzata da quel sarebbe potuto succedere tremava e piangeva.
“E’ tutto passato, stia tranquilla” le ripeteva quel gentile sconosciuto.
La riaccompagnò al suo posto, le fece prendere un caffè per rianimarla e le tenne compagnia.
Alquanto ripresasi Azzurra si confidò con lo sconosciuto che per i modi gentili e il tono della voce ottenne subito la sua fiducia.
A lui riferì anche del lavoro che svolgeva per necessità a causa della situazione familiare.
Il signore colpito dal racconto di Azzurra e certamente anche dalla sua avvenenza, le propose di lavorare per lui: “Sono un grossista di frutta e ortaggi. Nella mia azienda i miei dipendenti confezionano prodotti agricoli che poi vengono inviati ai mercati italiani e esteri”.
Azzurra stentava a credere a tanta fortuna; non avrebbe più dovuto prendere tutti i giorni quel treno, avrebbe avuto un orario di lavoro e le sarebbe rimasto del tempo per la famiglia.
Si dettero appuntamento e nel giorno stabilito lei si recò all’opificio del suo salvatore, il signore Oreste.
Fu assunta e iniziò subito a lavorare. In pochi mesi col suo serio carattere e la sua alacrità conquistò il datore di lavoro. Oreste ancora celibe se ne stava innamorando.
“Spesso sono costretto ad allontanarmi per questioni di lavoro e mi serve una persona di fiducia che mi sostituisca e puoi essere solo tu” disse ad Azzurra.
Col nuovo ruolo aumentò anche la retribuzione. Azzurra con la nuova e consistente paga era libera da preoccupazioni economiche potendo provvedere ai bisogni di tutta la famiglia compreso il marito che si alcolizzava sempre più e si distruggeva fegato e cervello.
Oreste ora l’amava e lei lo sapeva.
Quando Oreste le propose di mettersi insieme lei con fermezza gli rispose che, pur amandolo, non poteva. Si era sposata davanti a Dio con la promessa di essere fedele al marito nella buona e nella cattiva sorte, fino alla morte.
“Non immagini quanto sarei felice se potessi accettare la tua proposta”.
“Io continuerò ad amarti e ad aspettarti” rispose lui.
Fu il destino ad aiutare gli innamorati. Un improvviso aggravamento delle condizioni di salute si portò via Peppe. Azzurra, come tradizione imponeva, portò il lutto per un anno intero. Alla scadenza dei dodici mesi rituali, smise le gramaglie, indossò un abito elegante dai vivaci colori, si dette un leggero trucco e si guardò allo specchio. “Sei ancora desiderabile” disse alla sua immagine riflessa.
Andò ad incontrare Oreste.
“Se ancora mi volessi, ora posso essere con tutta me stessa solo tua”.
Oreste l’abbracciò con forza e la baciò con passione.
(by Antonio Abbate)
“Cercasi giovane diplomato per semplice lavoro di ufficio. Telefonare al numero…”.
Era l’annuncio di lavoro che Fabio cercava consultando ogni giorno le pagine del “Corriere” dedicate alle offerte di lavoro.
Da quando si era diplomato aveva già letto, per circa un anno, centinaia di annunci che, però, ricercavano solo impiegati con pregressa esperienza almeno triennale. Deciso a non farsi scappare questa occasione si affrettò a telefonare per proporsi e gli fu dato appuntamento per un colloquio al mattino seguente.
Indossò giacca e cravatta convinto che vestito in modo serio e dignitoso potesse avere una chance in più e si avviò cercando di immaginare chi avrebbe incontrato e che cosa avrebbe preteso da lui. La meta era in un palazzo signorile. Uno scalone portava ai piani superiori. Tutto di marmo candido e lucente si arrampicava contorcendosi verso l’alto.
Fabio lo percorse lentamente quasi a volere ritardare l’incontro con chi doveva esaminarlo.
Al primo piano sul pianerottolo si faceva la fila per entrare in un ufficio.
Salì al secondo piano dove era stato fissato l’appuntamento.
Il portoncino dell’appartamento era aperto ma l’uscio sbarrato da una porta a vetri colorati ambra e verde.
Spinse il pulsante di un campanello inserito in una targa dorata.
Dopo poco venne ad aprire un uomo di mezza età, certamente un impiegato perché indossava un paio di maniche posticce sulle maniche della giacca.
“Venga ed attenda qui” disse facendolo entrare.
Dopo qualche minuto ritornò. “Il notaio la riceve, venga”.
Fabio lo seguì e fu introdotto nello studio del dominus.
L’ufficio era arredato in uno stile da cattedrale gotica, severo quasi funereo con mobili antichi in noce scuro massiccio.
La scrivania era talmente lunga che avrebbero potuto lavorarvi contemporaneamente tre persone. Alle pareti crocefissi di foggia varia e dipinti di mare in tempesta contornati da elaborate cornici dorate.
Seduto su una poltrona di pelle nera tropo grande, il notaio aveva accanto un giovane impiegato fermo in attesa di ordini.
“Buon giorno, disse Fabio, sono venuto…”
“Lo so” lo interruppe il professionista e soppesò il nuovo venuto guardandolo assorto, mentre si accarezzava con la mano sinistra il viso con ampio movimento che andava dalla guancia alla punta del mento.
Fabio lo guardava senza fiatare. Il notaio che sembrava basso di statura, seduto e quasi sperduto in quel seggio gigantesco non consentiva al giovane di farsi una valutazione esatta del suo fisico. Aveva un testone pelato e la fronte vistosamente sporgente. Gli occhi nerissimi erano vispi e attenti come quelli di un’aquila che scruta il territorio.
“Ne parliamo poi” disse rivolgendogli finalmente la parola “ci segua”.
Prese dalla scrivania un grosso sigillo con l’impugnatura di legno e lo depose accuratamente in una scatola rivestita di pelle. La passò al giovane a lui vicino e all’altro disse: “Minestra andiamo”.
Si avviarono in processione, primo Minestra che apriva il corteo, poi il portatore di sigillo, infine il notaio che sceso dal suo trono, in posizione eretta mostrava la bassa statura e una vistosa zoppia a una gamba.
Fabio gli andò dietro come spettatore fino a uno stanzone dall’altra parte del corridoio dove c’era un secretaire tutto intarsi e bassorilievi.
Il notaio riprese il sigillo dalle mani dell’impiegato e lo chiuse a chiave in un cassetto. Fu come una funzione religiosa e Fabio si aspettava anche che il notaio si sarebbe genuflesso davanti al tabernacolo del sigillo. La genuflessione non ebbe luogo e tutti fecero ritorno in studio in ordine sparso seguendo il notaio che ballonzolava sulla gamba malferma.
Il notaio si sedette sul suo trono e si immerse nell’esame di documenti tirati fuori da un cassetto della scrivania, senza curarsi dei presenti.
Gli impiegati attesero ordini che non arrivarono e lentamente fecero ritorno nel loro ufficio.
Fabio, rimasto solo al cospetto del notaio che non gli rivolgeva la parola, in piedi rimuginava pensieri e covava rancore. “Nemmeno mi rivolge la parola, razza di maleducato, la superbia ti fuoriesce dalle orecchie. Che devo fare? Vado via? Tanto non mi vedi! E via! Dammi una risposta qualsiasi purché finisca questo strazio!”.
All’improvviso, come tornato in sé, il notaio guardò l’intruso e urlò: “Minestra che aspetti ad accompagna giù il ragazzo”. Chinò nuovamente la testa sui documenti.
Appena fuori dallo studio Fabio chiese: “Signor Minestra, dove andiamo”?
“Ti ha destinato alle cambiali” rispose. Poi aggiunse: “A proposito, non mi chiamo minestra ma Ginestra. Il notaio si diverte a cambiare i cognomi ai collaboratori. Potrà capitare anche a te. Avrai notato che è un tipo un po’… particolare ma che importa, purché ci paghi”.
“A me sembra un po’ matto” osservò Fabio.
Minestra non commentò questa osservazione anzi fece finta di non averla udita e continuò: “Ma tu dipenderai da suo fratello; anche lui…vedrai da te”.
Scesero al primo piano, attraversarono non senza difficoltà la compatta calca di clienti che si addossavano all’uscio ed entrarono.
La stanza di ingresso era divisa in due da un bancone di legno dove operava un anziano cassiere e sul lato destro si apriva la stanza del capufficio.
Minestra bussò. Gli giunse un “avanti” roco e sincopato da colpi di tosse di fumatore incallito.
“Buon giorno don Emiliano, il capo vi ha mandato il nuovo impiegato”.
Fece un cenno di saluto a Fabio e uscì frettolosamente.
Don Emiliano era l’antitesi del fratello; alto, magro, molto magro; aveva la testa piccola e tonda coi capelli tirati indietro e incollati sul cranio da una quantità esagerata di gel.
Era in maniche di camicia, una camicia elegante e seduto sulla poltroncina, appoggiava i piedi sulla scrivania su cui giacevano in disordine decine di giornalini enigmistici. Sbuffava per il caldo e nonostante ciò, continuava a tenere in bocca una sigaretta che si passava, mentre parlava, da un lato all’altro della bocca e non la lasciava andare neanche quando a intervalli tossiva.
“Bene facciamo in fretta che ho da fare”, disse senza togliere i piedi dalla scrivania.
Spiegò velocemente al ragazzo la differenza fra cambiale e tratta; che sulla cambiale bisognava incollare un allungo per redigere il protesto, la formuletta da scrivere, sempre la stessa. Gli raccomandò di scrivere “tal è” parole inserite nella formula del protesto senza apostrofo perché il fratello licenziava chi commetteva questo errore di grammatica.
Lo indirizzò poi nella stanza che sarebbe divenuto il suo ufficio senza accompagnarlo. Don Emiliano era troppo occupato: aveva fretta di immergersi nel suo lavoro, gli enigmi di un cruciverba.
Le condizioni contrattuali furono specificate a Fabio il giorno dopo dal ragioniere Ginestra.
Dopo pochi giorni di lavoro che gli sembrò subito noioso, Fabio già desiderava di mollarlo ma era una decisione difficile da prendere.
La paga era bassa, le ore di lavoro innumerevoli, il capo ufficio odioso ma Fabio doveva accettare quell’impiego perché non aveva alternative di lavoro e aveva bisogno di guadagnare. A fargli prendere questa decisione contribuì anche un altro motivo: la presenza in ufficio dell’avvenente cameriera del principale.
Caterina, quando don Emiliano glielo ordinava, doveva sospendere le faccende domestiche e aiutare Fabio a incollare le code alle cambiali.
Caterina aveva l’aspetto di una bambola di porcellana: la pella del viso chiarissima rosea, punteggiata solo sugli zigomi da una rosetta di efelidi dorate, la chioma folta di riccioli castano chiari che le scendevano sulle spalle un po' esili leggermente rialzate, gli occhi azzurro cielo, le braccia tornite e le gambe lunghe.
A differenza di una bambola lei era viva, desiderabile e generosa!
Incontrarla lo ripagava di tutta la fatica e la noia che quel lavoro monotono e ripetitivo comportava.
Dopo due mesi il ragazzo era molto preso da lei e anche lei sembrava ci tenesse, a giudicare dai baci e dalle carezze che volentieri scambiava con Fabio.
Fabio cominciava a prendere in considerazione l’idea d’ intraprendere con lei una relazione seria e esclusiva ma non si decideva a dichiararsi per delle zone d’ombra che non riusciva a decifrare; a volte gli sembrava troppo bambola ma di poca testa. Fisicamente lo faceva impazzire ma, seppure graditi, lo lasciavano perplesso gli atteggiamenti eccessivamente affettuosi nei suoi confronti perché si conoscevano da poco e lei aveva già un fidanzato. Per conoscersi meglio forse sarebbe stato opportuno viversi anche al di fuori dell’ufficio.
Quando fu invitato da un suo amico a un ricevimento, chiese a Caterina di accompagnarlo. Lei, pur apprezzando l’invito, disse che era costretta a rinunciarvi perché per raggiungere il luogo della festa che pure non distava molto dalla sua casa, sarebbe stata costretta, se si fosse recata a piedi, a percorrere col buio una strada solitaria e non se la sentiva.
“Vengo a prenderti io o incarico qualcuno di fiducia”.
Scelse la soluzione che gli sembrò più comoda e vantaggiosa per entrambi. Incaricò Carlo, uno tra i suoi amici più cari e fidati che possedeva un’automobile.
C’era da fidarsi ciecamente; erano stati compagni di classe alle medie, tra loro c’era stata una pluriennale frequentazione sfociata ora in un’amicizia consolidata.
Il giorno dell’evento l’uomo fidato si recò a prendere Caterina sul tardi quando i festeggiamenti erano già iniziati.
Erano appena saliti in auto che Carlo finse di avere un insopprimibile desiderio di caffè e condusse la ragazza in un bar. Poi prese la strada verso il mare e alle perplessità della ragazza rispose che le voleva mostrare il lungomare, tanto alla festa ci sarebbero andati comunque. Sul lungomare si fermarono a prendere un gelato a un chiosco. Il tempo passava. “Affrettiamoci” disse Caterina “è già tardi”.
“E’ proprio tardi, troppo tardi per presentarsi in casa di sconosciuti, rispose Carlo, faremmo una pessima figura. Sai che ti dico? Andiamo in pizzeria e facciamoci una serata insieme noi due”.
“Ma Fabio?” disse lei.
“Uh, Fabio, mentì lui, non se ne accorgerà nemmeno con tutte le ragazze che gli girano attorno!”
“Se è così…”
Degustarono lentamente il gelato, fecero una passeggiata sul molo e all’ora di cena, si recarono in pizzeria.
La serata la conclusero in un albergo indicato da lei che già l’aveva più volte frequentato col suo uomo.
Nei giorni successivi Caterina finché potette evitò di incontrarsi con Fabio fino a che don Emiliano non le impose di andare a dargli una mano.
Si presentò timorosa e a testa bassa. “Ti devo chiedere scusa” disse dopo alcuni minuti di imbarazzato silenzio.
“E di che?” rispose Fabio “Non dirmi i particolari che già li conosco. E li conosce tutto il paese informato da quel galantuomo col quale ti sei intrattenuta.
Non mi devi delle scuse: non era per te un obbligo accompagnarmi al ricevimento. Hai trovato di meglio da fare e ti sei divertita abbastanza da quello che racconta Carlo”.
Era evidente nel tono e nelle parole la delusione provata da Fabio. “Anzi ti devo ringraziare perché mi hai evitato di commettere un grande errore”.
“Quale errore?” fece Caterina.
“Con il tuo comportamento mi hai chiarito ogni dubbio. Mi hai fatto capire di che pasta sei fatta. Non è un giudizio morale ma solo la constatazione: che non sei proprio la donna che io cerco per la vita”.
Per Fabio chi, invece, aveva mancato pesantemente nei suoi confronti era Carlo che lui considerava un amico, quasi un fratello di cui fidarsi ciecamente. Era lui il colpevole di una gravissima offesa perché a lui aveva confidato i suoi progetti e i sentimenti che cominciava a provava per quella ragazza e questi pur al corrente delle sue intenzioni, l’aveva tradito.
“E’ lui che mi ha offeso pesantemente; con lui farò i conti appena lo incontrerò; certamente lo escluderò per sempre dalla mia vita ma dopo avergli seriamente parlato”.
“Basta; ora lavoriamo … anzi, sai che ti dico: la tua presenza mi disgusta, lavora tu che io vado via”.
Si recò nella stanza del capo ufficio che era assorto, come al solito, nella soluzione di rebus e cruciverba.
“Don Emiliano, mi licenzio con effetto immediato.”
“Non puoi, rispose il capo senza alzare lo sguardo dal giornalino, devi dare il preavviso come da contratto.”
Ma il contratto non c’era, era assunto in nero. Il giovane raccolse le sue cose e andò via.
Fabio era fisicamente forte, muscoloso. Gran parte del tempo libero lo trascorreva in palestra.
Lasciato l’ufficio andò direttamente a casa di Carlo. Gli citofonò e, con tono falsamente cordiale, gli chiese se cortesemente poteva scendere un momento.
Carlo scese e non fece in tempo a uscire in strada che gli arrivò un pugno violento alla mascella che lo tramortì facendolo stramazzare al suolo.
“Oh ma sei matto?”
“Sai bene perché. L’offesa che mi hai fatto è troppo, troppo grande e insopportabile, imperdonabile. Tu, un amico fraterno del quale mi fidavo ciecamente”.
“Quando si tratta di donne, non si guarda in faccia nessuno” cercò di giustificarsi Carlo premendosi una mano sulla guancia gonfia.
“Hai detto bene - replicò Fabio - non mi hai guardato in faccia: non hai tenuto conto della nostra amicizia, mancandomi di rispetto e allora sappi che d’ora in poi non mi guarderai più in nessun modo, cancellami per sempre dalla tua esistenza”.
Fabio, però, non si sentiva ancora appagato da questa punizione inflitta all’ex amico; solo un pugno al volto non bastava; la vendetta esigeva che lo colpisse in qualcosa di più importante. Pensò allora di ripagarlo con la stessa moneta, doveva portargli via la sua donna.
Carlo aveva una bellissima fidanzata che Fabio aveva da sempre ammirata e desiderata. Frequentavano la stessa palestra perciò per Fabio era facile incontrarla. Si impegnò in un corteggiamento costante e intenso e fece di tutto finché riuscì nel suo intento.
(by Antonio Abbate)
La bambina è un po' anemica, ha bisogno di mare. Mare, mare ripeteva ad ogni visita il pediatra.
Andammo al mare. Scegliemmo l’Adriatico, spiagge ampie e sabbiose, fondale basso, basso dalla riva per molti metri. Ci sembrò il più adatto e sicuro per una bambina di pochi anni.
Prenotammo un lido del ravennate, ordinato, tranquillo, familiare.
La vacanza inizialmente procedeva con una rilassante e serena routine: bagni, ore al sole, giochi di sabbia con la piccina.
Tutto cambiò dopo pochi giorni quando ci raggiunse l’ingegnere Luigi.
Entrò in scena in modo teatrale. Scese in spiaggia con la sua famiglia, lui ben rasato, azzimato, con una barbetta scolpita perfettamente che finiva in un pizzetto che gli copriva solo la punta del mento, capelli all’indietro con gel, abbigliamento di marca. La moglie, donna appariscente alta, slanciata ma formosa, dai lunghi capelli neri carbone, era avvolta in un pareo violetto che lasciava trasparire un mini bikini di un viola più scuro.
La bambina che mostrava una decina d’anni, vestiva alla marinara con gonnellina a righe e cappellino bianco da cui pendeva un nastro blu.
Si sistemarono sotto un ombrellone in prima fila accompagnati dal bagnino che dopo pochi minuti ritornò con un vassoio per servire loro bibite colorate, in lunghi bicchieri di vetro.
Luigi si assunse il ruolo di animatore della spiaggia. Invitava tutti a non poltrire sotto gli ombrelloni ma a muoversi e divertirsi. Con lui non si stava mai fermi.
Organizzò gare di bocce, di pallavolo, di carte, di calcio e al pomeriggio coinvolse quasi tutti nella pesca dalla spiaggia con la sciabica. Credo che quel tipo di rete si chiamasse così o almeno così la chiamava lui.
Il pescato, conservato in un congelatore, al raggiungimento di una sufficiente quantità veniva servito nelle cene organizzate in spiaggia.
Luigi divenne un personaggio ammirato dalle donne e riverito dagli uomini, un mito fra i villeggianti.
Raccontò la sua vita. Si era fatto dal nulla e senza l’aiuto di nessuno.
Da bambino era vissuto in un collegio, ci raccontò anche i dettagli. Prima a Pesaro dove nessun parente andava a trovarlo e dove soffriva nel vedere che gli altri almeno di tanto in tanto ricevevano visite. Poi per buona sorte fu trasferito a Pavia dove i genitori la domenica presero a fargli visita. Dal collegio era uscito a diciotto anni. Lavoro e studio e grandi sacrifici e così si era laureato in ingegneria edile. Ora era titolare di un’azienda ed aveva un’ottima posizione che gli avrebbe consentito di fare vacanze nei posti più rinomati. Quell’anno era costretto a stare lì perché aveva un appalto pubblico nei dintorni di Ravenna. Lavori urgenti, ma, io mi chiedevo quando lavorava. Era sempre in spiaggia con la moglie. Lei era l’unica che se ne allontanava a ogni fine settimana.
Anche la signora suscitava grande ammirazione e qualche invidia per i suoi meravigliosi costumi e i molti parei colorati che cambiava più volte al giorno.
Luigi costruì intorno a sé una cerchia di amici abbastanza ampia.
Anch’io ne facevo parte. Anzi, ad un certo punto, prese a frequentarmi con maggiore assiduità quasi con insistenza come volesse convincermi che mi aveva prescelto come amico privilegiato.
Sostava a lungo sotto il mio ombrellone, faceva complimenti esagerati alla bambina e a mia moglie, mi chiedeva consigli su sue vicende personali. Questo comportamento mi lusingava; lo consideravo un segno di grande stima.
Dopo alcuni giorni di questo trattamento mi chiese un favore, un piccolo prestito.
“Ho un appalto a Lugo, mi disse, a pochi chilometri da qui. Per necessità ho assunto due lavoratori non in regola, come si dice, in nero che retribuisco a settimana.
Ieri distrattamente ho dimenticato di prelevare e oggi sabato la banca è chiusa e a me dispiace non potere dare in tempo la paga a due padri di famiglia. Il mio amico (e mi fece un nome a me sconosciuto) mi ha già prestato cinquecentomila lire; se tu potessi prestarmene altrettanto o almeno due/trecentomila. Lunedì appena riapre la banca ti restituirò tutto”.
Già ero passato per un’esperienza negativa. Con quanta fatica e difficoltà avevo recuperare un piccolo prestito fatto ad un collega tempo addietro. Perciò rifiutai senza titubanza anche se mi dispiaceva di non poter aiutare una persona tanto gentile.
“Non posso, dissi; ho contanti solo per arrivare a fine mese e non vorrei trovarmi in difficoltà con gli impegni presi.”
“Tranquillo, lunedì riavrai tutto e magari anche un regalino”.
“Insisto, non posso; sarò eccessivamente pessimista ma nessuno può prevedere cosa accadrà domani; uno sciopero a oltranza, una tua improvvisa partenza per necessità.
Sono ipotesi, lo so, ma voglio stare tranquillo negli ultimi giorni di vacanza”.
Luigi provò ad insistere ma quando capì che la mia decisione non sarebbe cambiata, seppur contrariato cercò di non darlo a vedere.
Sorridendo mi disse: “provvederò diversamente, non preoccuparti, amici come prima”.
Non fu come prima poiché Luigi pur riservandomi ancora una certa cordialità affettata, prese a frequentare assiduamente un altro della momentanea compagnia trascorrendo con lui il tempo che prima mi dedicava.
I giorni della mia vacanza giunsero alla fine. Con dispiacere salutai gli amici di quella divertente vacanza al mare e ritornai a Milano.
Trascorso un anno quando si trattò di scegliere dove andare al mare non ci furono dubbi. Ritornare a Ravenna, alla stessa spiaggia dove avevamo trascorso una vacanza divertente e comoda.
Il Lido “Le dune” appariva identico a quello dell’anno precedente ma i villeggianti erano abbastanza cambiati. Molti di quella divertente combriccola non erano ritornati; c’erano solo i vecchi amici che abitavano in paesi e città prossimi a Ravenna.
Mi sembrò strano che dopo una vacanza tanto divertente quasi nessuno l’avesse replicata. Soprattutto mancava Luigi e senza di lui in spiaggia erano latitanti divertimento e allegria.
Attesi qualche giorno poi chiesi a quello che mi sembrava essere stato l’amico più caro di Luigi.
“Alessio hai notizie dell’ingegnere, sai se verrà quest’anno?”
Alessio mi guardò torvo: “mi prendi in giro o non sai niente davvero?”
Non sapevo niente.
Allora Alessio mi mise al corrente di quelle che per me erano novità assolute.
Luigi non era ingegnere e nemmeno si chiamava Luigi. Tutto ciò che ci aveva raccontato era falso e strumentale alla realizzazione dei suoi piani.
Con i suoi modi garbati, i suoi racconti bugiardi, col suo operato era riuscito a truffare un considerevole numero di persone.
Aveva chiesto prestiti a tanti e non li aveva restituiti; era scomparso, non rintracciato nemmeno dalla polizia.
Non aveva neanche saldati i conti con i gestori del lido che l’avevano trattato con la massima fiducia e rispetto.
“Ma il più truffato sono stato io, mi confidò Alessio; deficiente che mi ero tanto affezionato a lui da pensare che ricambiasse i miei sentimenti. L’avevo anche invitato nella mia campagna. Lui tutto gentile si mise a disposizione per progettarmi gratuitamente, anzi mi avrebbe anche procurato i materiali a un buon prezzo, un pontile per il mio stagno compreso nella proprietà.
Poi sul più bello, dichiarando di trovarsi in momentanea difficoltà, essendosi dimenticato di andare in banca, mi chiese un prestito. Senza titubanza gliel’ho dato, era un amico! “.
Ma a questo punto Alessio aveva commesso una grave imprudenza. Aveva confidato a Luigi di avere una discreta somma in contanti che aveva incassato da una assicurazione e di non sapere come investirla. Luigi ne aveva subito approfittato per farsela affidare promettendo interessi che nemmeno si sognava.
“Non ci posso credere, gli dissi, una famiglia apparentemente così a modo. La moglie tanto gentile e buona che ogni settimana interrompeva la sua vacanza per andare a curare gli anziani genitori”.
“Ma quali genitori, altra bugia. Sai dove andava?”
“No dimmeli tu”
“In Svizzera a lavorare ed è meglio che non ti dico dove!”