CURIOSITÀ

Una cronaca del XVII secolo

Una cronaca del XVII secolo



Una cronaca del XVII secolo
(by Antonio Abbate)

Sulla sponda orientale del lago di Como nel tratto fra Mandello e Varenna che guarda verso Bellagio, una piccola penisola si insinua nel lago. Essa è occupata interamente da un castello e dal piccolo borgo Castello frazione della località La Rocca.
Intorno alla metà del XVII secolo il castello che era stato dimora di Teodolinda e prigione della regina Adelaide, era divenuto la residenza della potente e ricca baronessa Isidora. Rimasta vedova, la nobildonna si distingueva per la sua religiosità e per le ricche donazioni di cui beneficiavano chiese e conventi del circondario. La sua unica figlia Linda seguiva le orme materne e per le sue pratiche religiose frequentava in particolare il convento benedettino verso i monti in località La Foppa.
Era prossima l’ora del tramonto di una tiepida giornata di primavera. La baronessina Linda, accompagnata dalla sua cameriera, uscì dal castello per andare a passeggiare sulla bianca spiaggia di ghiaia e ciottoli addossata alla selva di faggi e ontani.
Il sole ancora rifletteva i suoi raggi sull’increspature del lago.
Le si avvicinò il giovane conte Astolfo di Montelupo suo ammiratore:
“Baronessa permettete che vi accompagni?”
Altezzosa e superba, senza nemmeno rivolgergli lo sguardo: “Voi potete accompagnare solo quelle” rispose indicando delle popolane che sostavano sulla spiaggia, in attesa di mariti e parenti che stavano per rientrare dalla pesca.
“Ne sarei onorato” ribatté con un po' di acredine il conte che si inchinò e si allontanò.
La Marchesina era giovane e piacente e anche Astolfo lo era; ciò che li distingueva era il censo. Lei era ricchissima, lui un nobile di una casata decadente e indebitata.
Astolfo non aveva colpa; il responsabile del dissesto era stato suo padre che aveva vissuto dedicandosi alla caccia e ai piaceri e non aveva amministrato saggiamente le sue proprietà. Aveva così lasciato al figlio ipoteche da estinguere e debiti da saldare, dei quali il giovane non riusciva a venirne a capo.
Alcuni mesi dopo questo incontro, Isidora la madre di Linda si svegliò si soprassalto alle prime luci dell’alba. Aveva da pochi giorni un cruccio, un pensiero costante che le rodeva la mente e le faceva trascorrere notti insonni.
Si alzò dal letto e indossata una lunga vestaglia di seta ricamata in oro, si recò nel suo studio.
Preparò con ogni cura un invito per il ricevimento che annualmente dava in occasione della festa del patrono al quale invitava la migliore nobiltà locale e gli uomini di potere.
Al mattino affidò la lettera al maggiordomo ordinandogli di consegnarla personalmente al signor conte Astolfo di Montelupo.
Costui al ricevere il plico inviatogli dalla baronessa, rimase turbato.
Perché quella lettera? Aveva agito anche involontariamente contro di lei? Aveva detto o fatto qualcosa che poteva averla indisposta nei suoi confronti? Poiché poteva senz’altro escludere qualsiasi atto ostile compiuto contro la baronessa, pensò che volesse anche lei approfittarsi dei suoi debiti per sottrargli qualche proprietà.
Aprì il plico e ne rimase sbalordito. La potente signora si degnava di invitarlo al ricevimento. Strano, pensò, molto strano, perché un tale invito non era pervenuto nemmeno a suo padre quando il suo casato contava ancora qualcosa.
Decise comunque di accettarlo e comunicò il suo assenso alla nobildonna con una lettera affidata allo stesso latore dell’invito.
Per presentarsi in società in forma dignitosa e confacente al suo titolo dovette indebitarsi ulteriormente per l’acquisto di nuovi abiti e per il noleggio di una carrozza.
Quando fu introdotto nel salone del ricevimento, la baronessa gli andò incontro, accogliendolo personalmente. Questo atto di cortesia a lui riservato lo sorprese ancora di più considerato che gli ospiti anche di rango superiore a lui si recavano ad ossequiarla mentre lei rimaneva seduta sul suo prezioso seggio di ebano intarsiato d’oro. Isadora lo presentò ai notabili con parole lusinghiere poi lo affidò alla figlia distogliendola da una animata conversazione con l’abate Certaldo, giovane e affascinante frate già capo di una importante realtà monastica proprietaria di molte terre dal lago a Lecco.
I due giovani colloquiarono freddamente alquanto imbarazzati anche per l’increscioso episodio della spiaggia risalente ad appena qualche mese.
Dopo qualche ora un paggio riferì al conte che la baronessa l’attendeva in studio.
La signora fece accomodare il conte su una poltrona e lei gli si sedette di fronte.
“Penso che si sia meravigliato dell’invito”.
“Non posso negarlo” fu la risposta.
Gli spiegò poi che l’invito mirava a due scopi: farlo conoscere ai suoi amici importanti e parlargli in privato di una questione che le stava molto a cuore.
“Mia figlia ha quasi trent’anni e deve prendere marito”. Gli spiegò che aveva pensato a lui come marito per due ragioni; perché era di bell’aspetto e non sarebbe dispiaciuto alla giovane e perché era oberato di debiti.
“Perché per i debiti?”
“Perché” gli rispose “io mi addosserò ogni suo debito contratto fino ad ora da lei e da suo padre; cancellerò ogni ipoteca; darò in dote a mia figlia un palazzo a Como, uno a Lecco e uno a Milano; inoltre una rendita annuale di ventimila ducati. Omaggerò poi lei, come dono di nozze, di un possedimento di venti ettari di vigneti in quel di Brescia.
Il giovane rimase sbalordito da tanta inattesa generosità ma subodorò un inganno.
La promessa sposa è bella e giovane, possibile che non abbia pretendenti? Perché questi regali proprio a me? O la ragazza è malata o c’è un motivo per cui tutti la rifiutano.
“Signora, lei è generosissima e la ringrazio di cuore, tuttavia proprio questa generosità mi crea qualche domanda…”
“Oltre che bello è anche intelligente” gli rispose la donna “mia figlia è incinta di una persona che non potrà mai sposare: ecco, in cambio di quello che le do, lei col matrimonio salverà l’onore del mio casato messo a rischio dal comportamento irresponsabile di Linda”.
Il ragazzo, messo di fronte a questa realtà, titubava.
“Le conviene accettare” gli consigliò la nobildonna “perché è con l’acqua alla gola e i creditori le porteranno via tutto”.
Era un consiglio o una minaccia? Il giovane accettò.
Il matrimonio fu celebrato appena possibile, in forma solenne. Per fugare dubbi che potevano essere destati da questa unione inattesa, la baronessa fece diffondere la falsa notizia che i due giovani si frequentavano da tempo ma avevano tenuto nascosto anche a lei la frequentazione temendo la sua disapprovazione a causa della differenza di censo e lignaggio.
Subito dopo il matrimonio iniziarono disaccordi nella coppia. Lui da sempre innamorato di lei pretendeva i diritti che gli spettavano come marito. Linda si oppose con argomentazioni che parvero, dopo lunga discussione, logiche e condivisibili anche al conte.
“Siamo due estranei che hanno avuto anche qualche scontro. In pratica non abbiamo avuto neanche il tempo di conoscerci. Io sono incinta di un altro. Ti chiedo un po' di tempo affinché io mi possa abituare a te e si stabilisca almeno un po' di confidenza fra noi”.
Gli disse anche che in questo tempo lo esentava dal dovere di fedeltà, poteva frequentare tutte le donne che desiderava per non pensare a lei.
Astolfo accettò di attendere fino al termine della gravidanza e dichiarò che poiché l’amava non le interessavano altre donne.
Il giovane rispettò il suo impegno e intanto lei accentuava le pratiche religiose aumentando le visite soprattutto al convento benedettino.
Nacque un bambino sano e robusto che lui riconobbe come suo, avendolo promesso a Isadora e quando Linda si fu ristabilita passò finalmente a riscuotere il suo credito.
E una sera entrò nella camera di Linda; la desiderava e non riusciva più a reprimere tale desiderio. Le disse che l’amava e che non poteva più aspettare.
Linda si oppose ancora e anzi gli confessò l’inconfessabile.
“Io non potrò mai amarti perché il mio cuore appartiene ad un altro, il padre del bambino, l’abate Certaldo”.
Queste parole gli offuscar il lume della ragione e in preda all’ira e alla gelosia la prese con la forza. Dopo tutto era suo marito.
A causa di questa violenza la donna si allontanò dalla sua casa e raggiunse Certaldo nel convento, come fu riferito ad Astolfo dai servitori.
Doveva riportarla a casa e mettere fine a quella peccaminosa e sacrilega relazione.
Montò sul suo cavallo e da solo, rinunciando a all’accompagnamento dei suoi servitori, si avviò galoppando verso quel sacro luogo. Tanto non correva alcun pericolo recandosi presso pacifici monaci. La strada si snodava solitaria all’interno di un folto bosco. Era già in prossimità dell’eremo quando improvvisamente sbucarono dai cespugli sette uomini mascherati armati di bastoni, Astolfo estrasse la spada e si difese strenuamente fino a che a causa delle soverchianti forze avverse dovette ritirarsi per non soccombere. Allontanandosi urlò verso gli assalitori: “Monaci maledetti! Che Belzebù e Asmodeo vi portino tutti all’inferno!”.
Ma Astolfo non voleva rinunciare a nessun costo a Linda anche se lei stessa lo rifiutava e gli preferiva il monaco. Ma chi avrebbe potuto aiutarlo a risolvere la situazione? Certamente un’alta autorità religiosa. Pensò allora di rivolgersi al vescovo al quale chiese udienza.
Dal corpo obeso, dal viso arrossato e dal grosso naso violaceo, si capiva che non rinunciava a lauti pasti e ad abbondanti libagioni.
Il vescovo ascoltò molto attentamente il racconto del conte e non gli rifiutò il suo interessamento. In realtà era veramente interessato alla vicenda ma soltanto perché intravide la possibilità di appropiarsi dei beni della coppia se li avesse fatti condannare. Nei fatti raccontati era evidente la presenza di interventi diabolici e la Santa Inquisizione sarebbe certamente intervenuta, espropriandoli dei loro beni che sarebbero stati attribuiti alla Curia.
Messo al corrente dal vescovo, il tribunale della Inquisizione arrivò in fretta a La Rocca con a capo il sanguinario fra Paolo Fregoso monaco domenicano famoso per la sua ferocia. Con carrozze tirate dai cavalli e carri trainati da buoi giunsero con lui armigeri, segretari, cancellieri, uomini di fatica e donne di servizio.
Tutti si installarono nel convento dei benedettini. Il primo atto emesso dal sanguinario al termine di una breve istruttoria fu un ordine di arresto per i tre protagonisti della vicenda. Astolfo e Linda non furono reperiti in quanto la baronessa informata dai suoi confidenti, per non correre rischi aveva fatto espatriare i due coniugi in una nazione protestante.
Il processo in contumacia si svolse celermente. A presiedere il tribunale fu lo stesso vescovo che pensò di curare personalmente i suoi interessi. Fregoso accusò violentemente di connivenza col demonio Astolfo e Linda, mentre fu più che benevolo nei confronti di Certaldo.
Per corrompere un abate tanto devoto e pio, quella donna era ricorsa ad arti demoniache in quanto solo con la seduzione femminile non poteva riuscirci; il demonio l’aveva aiutata coi suoi subdoli poteri.
Anche Astolfo era colpevole poiché aveva minacciato i monaci invocando col loro nome Belzebù e Asmodeo; il che dimostrava chiaramente che tra loro c’era familiarità e frequentazione. Certaldo invece aveva sì mancato a suoi doveri ecclesiastici ma la sua colpa era lieve perché nessuno avrebbe potuto resistere alle arti seduttive di una donna posseduta dal demonio.
I due giovani furono condannati al rogo; il monaco, destituito dall’incarico di abate, a solo due anni di clausura.
Isidora non si arrese alla ingiusta sentenza e, esercitando tutto il potere che le derivava dal titolo nobiliare e dalla ricchezza, riuscì ad ottenere la revisione del processo. Astolfo e Linda furono riconosciuti dai giudici della revisione, dopo che questi ebbero ottenuto borse di monete d’oro, non colpevoli di connivenza col malvagio. Rientrarono in possesso dei loro beni e ritornarono a La Rocca. Il vescovo corrotto fu rinchiuso a vita in un convento.
Le cronache del tempo non riportano se i due riuscirono a superare i problemi che li avevano divisi o se lei continuò a cercare il suo frate.


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