(by Antonio Abbate)
“Buon giorno. Quanto bel sole splende oggi” disse Maria a Giuseppe, sostando davanti al suo orto.
Con le condizioni meteo favorevoli, Maria faceva quotidianamente una lunga passeggiata nel parco a due passi da casa sua. Al termine, immancabilmente rientrava a casa passando per gli orti sociali coltivati dai pensionati.
Trovava piacevole e interessante percorrere il vialetto antistante gli orticelli per ammirare all’esterno le aiuole fiorite allestite accuratamente e curiosare all’interno per scoprire ortaggi e piante a lei sconosciute.
Le piantine di insalata poste ad una distanza sempre uguale sulla riga e sulla fila le sembravano un ricamo sul terreno.
I fiori di zucca che luccicavano al sole ricoperti ancora dalla brina notturna e spalancavano le larghe bocche alle api, li ammirava come fossero orchidee.
“Buon giorno” rispose Giuseppe. “Ha ragione, oggi di sole ce n’è tanto e siamo solo all’inizio di maggio”.
Nelle aiuole risplendevano narcisi, iris, calendule, zinnie; un arcobaleno di colori che rallegrava la vista.
Maria da alcuni giorni sostava solo presso l’orto di Giuseppe.
Trovava costui più disponibile e simpatico degli altri coltivatori alquanto scontrosi e restii a dialogare con lei, trovandola forse troppo invadente per i numerosi quesiti che poneva.
Giuseppe la invitò ad entrare nel suo orto per mostrarle le primizie; lei ne fu entusiasta e gradì il dono di insalatina novella ed di erbe aromatiche.
Da allora Maria entrava nell’orto senza attendere l’invito di Giuseppe; si sedeva sulla panca degli attrezzi ed ascoltava il suo orticultore preferito che le raccontava di crucifere, solanacee e cucurbitacee.
“Dovresti chiedere al Parco un orto anche per te” le disse un giorno Giuseppe “considerato il tuo vivo interesse per le piante”
“No, no” protestò Maria “il terreno da coltivare è troppo in basso”.
Questa freddura che detta da altri, l’aveva spesso irritato, detta da Maria, per la quale già provava grande simpatia, lo fece sorridere.
“Hai ragione” le rispose “C’è da spaccarsi la schiena”
E lei continuò: “a parte le battute spiritose, ho già altri impegni. Frequento, tra l’altro, le attività di un centro per anziani”. E si dilungò riferendo a Giuseppe le iniziative che vi si svolgevano, spiegando la funzione sociale di tali istituzioni; insistendo soprattutto sull’utilità per gli anziani a frequentare tali centri per mettere argine alla solitudine relazionandosi con altre persone.
“Io frequento la scuola di ballo, tra l’altro gratuita e la domenica pomeriggio vado là a ballare. Sai, c’è anche l’orchestra dal vivo che rallegra il pomeriggio”.
“A ballare, intervenne Giuseppe, alla mia età!”
“Certo, un po’ di moto fatto in allegria farebbe bene anche alla tua salute e al tuo spirito. Ho un solo cruccio. Non ho un uomo fisso. Ti spiego: chi va con un suo cavaliere balla sempre; io invece devo attendere che qualcuno si degni di invitarmi. Ogni volta riesco a fare solo quattro o cinque balli.”
“Perché non mi fai tu da cavaliere”? gli chiese a bruciapelo.
“Ma se ti ho appena detto che non so ballare!”
“Ed io ti ho appena detto che puoi frequentare gratuitamente la scuola”.
Giuseppe rifiutò ma Maria, per la quale già provava un’affettuosa amicizia, insistette tanto ogni giorno, finché accettò.
In fin dei conti mitigare la solitudine della vedovanza avrebbe giovato almeno al suo umore. Lei, sua moglie, da lassù sarebbe stata comprensiva.
Giuseppe imparò i primi passi base; le prime lezioni le trovò un po’ noiose. Iniziò ad entusiasmarsi quando i maestri passarono a insegnare le figure.
I balli divennero più vivaci e più gradevoli. Esibirsi in giri aperti e chiusi, hesitation, giri spin. bandiere, bamboline esigeva maggiore impegno ma lo divertiva di più.
Ma la vera passione per il ballo gli nacque quando imparò il foxtrot. Già il nome gli fu subito simpatico: il trotto della volpe. Il ritmo era allegro, moderatamente veloce. Era divertente procedere a zigzag e volteggiare nei giri stringendo fra le braccia la sua dama Maria.
La coppia divenne assidua al ballo della domenica. Si era creato un buon affiatamento tra di loro nel ballo e nella vita. Si incontravano all’orto e al ballo. Si sentivano al telefono e qualche volta uscivano a cena.
Durente un lento anni ’60, Giuseppe che si era sempre comportato correttamente con Maria, le dette un bacio sulla fronte.
“Non corriamo” protestò Maria, arrossendo come una adolescente, sorpresa e confusa, ma piacevolmente.
“Scusami” rispose Giuseppe arrossendo a sua volta per il suo ardire “Mi sono lasciato prendere dalla musica. Con questa canzone conquistai la mia prima ragazza. Ho sperato che tu volessi essere l’ultima”.
Divennero inseparabili.
Passarono alcuni anni durante i quali il ballo rimase il loro passatempo preferito anche se, col trascorre del tempo, durante i pomeriggi danzanti non eseguivano più tutti i balli come una volta ma si riposavano sempre più frequentemente tra un ballo e l’altro.
Giuseppe non aveva più le gambe vigorose come all’inizio della loro conoscenza.
Il respiro era più affannoso. Di foxtrot però non ne perdeva neanche uno.
La vecchiaia corre veloce come l’età infantile e Giuseppe si accorse che il suo fisico si deteriorava velocemente. Aveva il presentimento dell’irreparabile.
Perciò confidò alla cara amica i suoi desideri finali: ”Quando sarà, non voglio una cerimonia mesta; nessuno deve piangere. Vorrei, poi, essere accompagnato al ritmo di fox, promettilo”
“Ma cosa vai a pensare” tagliò corto Maria, fingendo di indignarsi ma anche lei convinta delle pessime condizioni fisiche del suo compagno “sempre pensieri tristi. Devi tenerti su con pensieri positivi! Comunque te lo prometto se così desideri”.
Ma la vita va così e Giuseppe giunse al traguardo.
Dopo la cerimonia religiosa, nello spazio antistante la chiesa, attaccò l’orchestrina di liscio con il foxtrot preferito da Giuseppe. “Non ti fidar di un bacio a mezzanotte” gorgheggiava la cantante che Giuseppe aveva tante volte applaudita al Circolo e gli amici del ballo intervenuti numerosi presero a zigzagare sulla pista di asfalto.
Poco distante l’ultima ragazza di Giuseppe piangeva sommessamente nascosta dietro un albero per non farsi scorgere da lui.
La Madonna Del Dolore
Gli amici di Revaca già protagonisti di altri racconti si entusiasmano per l’arrivo di una ragazza dalla capitale
(by Antonio Abbate)
Mario spesso sostava presso la sartoria di Saverio che gli aveva rivoltato un cappotto che era venuto come nuovo e ora gli stava restringendo alcuni eleganti vestiti che erano stati di suo padre.
In sartoria aveva incontrato Fabrizio, un ventisettenne romano che si era trasferito da Roma a Revaca con la giovane moglie e due bambini. Uno giudicato un tipo strano da chi lo conosceva intanto perché si era trasferito da Roma in un paesino insignificante; e poi per certi suoi comportamenti: si lamentava di essere al verde ma girava instancabilmente in moto sfrecciando a grande velocità per il corso; fumava senza interruzione accendendo la sigaretta con la cicca della precedente; aveva ordinato al sarto un secondo vestito pur avendogli richiesto una dilazione per il pagamento del primo.
- Verrà mia sorella – un giorno confidò il giovane al sarto –sai, per aiutare mia moglie; non vorrei però segregarla in casa, è così giovane, dovrà pure uscire per distrarsi un po’. Però. aggiunse in tono preoccupato, non conosco il paese e non vorrei che frequentasse ragazzi poco raccomandabili.
Saverio lo rassicurò dicendogli che la sorellina poteva unirsi, senza timore, alla compagnia di Mario, tutti giovani appartenenti a famiglie oneste e impegnati nello studio o nel lavoro. Mario, che era presente, confermò e promise di tutelarla personalmente.
L’arrivo della Romana, per i ragazzi un grande evento, eccitò la loro fantasia. In quel paese, fatta eccezione per le feste tradizionali e quelle patronali, non si registravano altri avvenimenti interessanti. Perciò la aspettavano con grande ansia e curiosità. Fra di loro non parlavano d’altro. Si chiedevano se era bella come l’aveva descritta Saverio; chi sarebbe riuscito a farla innamorare. Tutti ci speravano almeno un po’.
Finalmente giunse.
Fu il 30 giugno di quella indimenticabile estate del 1964, nel tardo pomeriggio assolato e polveroso a causa di un vento caldo fastidioso. Si erano dati appuntamento presso il negozio-abitazione di Cecilia perché da un po’ di tempo uno del gruppo aveva preso a corteggiare sua sorella trasferitasi presso di lei da alcuni giorni.
Giunse mentre ascoltavano un disco, un grande successo di quell’anno, un quarantacinque giri acquistato con i soldi spillati al tirchio Tanio, virtuale fidanzato segreto di Teresa.
- Ecco la Romana - annunziò entusiasta Mario che ne era stato informato già al mattino da Fabrizio, e perciò ogni tanto usciva dal negozio per riceverla.
Si precipitarono tutti in strada lasciando che il disco si esaurisse in solitudine.
Da lontano era una visione. Alta, capelli lunghi chiari splendenti sotto i raggi obliqui del sole pomeridiano, vestito di sottile stoffa dai colori delicati che aderiva alle gambe da gazzella, schiacciato su di esse dalle intermittenti folate di vento.
Avanzava lentamente con eleganza come una indossatrice in passerella seguita dagli sguardi pieni di ammirazione e di curiosità delle donne sedute all’ombra, fuori dai bassi e dalle occhiate concupiscenti dei mariti in canottiera con le braccia tatuate a ricordo dei loro soggiorni in carcere.
- Giada – la chiamò Mario quando era giunta a poca distanza dall’ingresso del negozio.
Gli rispose con un sorriso e accennò un saluto con una mano.
Mario le si accostò: - Bellissima, io sono Mario, un po’ l’animatore del gruppo, come ti avrà riferito tuo fratello.
Non gli lasciarono il tempo di pronunciare le frasi di benvenuto che si era preparato.
In un attimo la ragazza fu attorniata e tutti fecero a gara spintonandosi per presentarsi, quasi che la precedenza nel farsi conoscere potesse attribuire loro un diritto di prelazione. Tutti l’abbracciarono e la baciarono come fossero amici di lunga data e le rivolsero frasi gentili utilizzando parole le più affettuose e entusiaste.
Tutti ad eccezione di Ciro che si fece avanti per ultimo, un po’ perché aborriva la competizione ma anche perché era stato frastornato da tanta bellezza.
Giada era bella ma veramente bella, come solo a sedici anni una ragazza come lei poteva esserlo, con fattezze di donna e la freschezza di adolescente.
Gli occhi luminosi, il volto abbronzato che lasciava intravedere solo un leggero rossore dovuto alla lunga strada percorsa a piedi sotto il sole, labbra carnose ma non volgari, i denti perfettamente allineati e bianchissimi che nel sorriso sembravano accendersi come la luce di un faro, il decolté molto generoso e le gambe slanciate e ben tornite.
Presentandosi Ciro disse sottovoce solo il suo nome, porgendole la mano mentre deglutiva la saliva per riaprire la laringe che gli si era ristretta per l’emozione.
Giada gli rispose unicamente ciao.
- Vuoi entrare? - le propose Alex - ti facciamo ascoltare “Una lacrima sul viso” la canzone di Bobby Solo, è la più venduta di quest’anno
Mario la invitò a ballare e lei acconsentì.
Ciro rimase in strada appoggiato al muro del negozio.
Giada ballò a turno con tutti poi uscì fuori.
- Ciro (ricordava il suo nome) tu non balli?
- Non mi va, ora.
-Se non sai ballare ti insegno io.
- Non so ballare – confermò il giovane - ma un lento… che ci vuole. Non occorre essere un ballerino; è solo che ora non mi va.
Lo guardò risentita, mise un vezzoso broncio e rientrò.
Dopo poco andò via perché doveva badare alla piccina della cognata che era febbricitante.
Passò vicino a Ciro, quasi sfiorandolo, fingendo indifferenza e senza salutarlo; poi fatti ancora alcuni passi si fermò e voltandosi gli propose:
- Domani a quest’ora devo andare a comprare le mele nurca o annurca o come si chiamano, per la mia nipotina; sembra che siano un toccasana per il pancino della piccina. Mi hanno detto che devo andare dal Magone, un contadino fuori dal paese; è l’unico fornito in questa stagione. Il nome Magone mi intimorisce, pensavo che potresti accompagnarmi.
Questa richiesta rivoltagli inaspettatamente lo meravigliò e lo entusiasmò.
“Perché l’ha chiesto proprio a me? Sono l’unico che non le ha fatto moine ” pensava mentre rispondeva con finta noncuranza: - se vuoi…
- Certo che voglio altrimenti non te lo avrei chiesto, ciao!
Gli sorrise e se ne andò col suo passo armonioso.
Immediati i commenti:- che donna- disse Patrizio; - che seni -esclamò Alex - e il mandolino? chiese Mario che subito aggiunse:
-Fatevi da parte e consideratela già mia che sono sicuro di conquistarla in pochi giorni.
- E’ una bella ragazza ed anche simpatica, il che non guasta - concluse Caterina la sorella di Cecilia.
Furono tutti d’accordo.
Ritornò il giorno dopo alla stessa ora allo stesso posto.
Ma c’erano tutti e tutti l’accompagnarono ad acquistare le mele, facendo a gara per starle il più possibile vicino. Lungo la strada si scambiavano di posto di continuo costretti da uno spintone o da un repentino intromettersi tra lei e chi al momento le stava accanto.
Tutti tentavano di procurarsi una occasione per rimanere un giorno da soli con lei. Chi la invitò a cena a casa dai genitori, chi le propose di partecipazione ad una festa familiare; un altro si offrì come accompagnatore nella visita al museo cittadino o all’antica cappella della Confraternita della Trinità. Alex, l’unico che possedeva una Vespa, le propose un giro panoramico in moto con cui era certo di sedurla.
Lei gentilmente non rifiutava nessun invito ma nemmeno accettava, lasciando tutti nel vago ma ringraziando sempre per la proposta.
Conversava con tutti con grande familiarità come se fossero stati amici da sempre . I ragazzi, in preda all’euforia, ad ogni battuta spiritosa ridevano sguaiatamente.
Pur non cercandola insistentemente come gli altri, Ciro se la trovava spesso vicina.
Trascorsero tutti insieme una settimana in allegria. In paese si festeggiava il santo patrono con luminarie, concerti bandistici e bancarelle di dolciumi.
Si incontravano tutti i pomeriggi e passeggiavano chiacchierando allegramente sul corso o sostavano ai tavoli di un bar per un caffè o per gustare uno spumone.
La domenica si dettero appuntamento di sera, tardi, per assistere alle gare di fuochi d’artificio.
- Non so se me lo permetterà; mio fratello non vuole che esca di sera. La sera è pericolosa, dice. Come se una persona possa la sera diventare un’altra. Dottor Jekil di giorno e Mister Hyde di sera. Comunque farò di tutto per esserci, guardò Ciro e gli sorrise.
Andò via e, da lontano, si voltò e rivolse solo a Ciro un cenno di saluto con la mano.
La sera alle dieci non era ancora arrivata; alle dieci e trenta, orario di inizio della gara, nemmeno.
Ormai stavano per dare fuoco alle micce e Ciro ero molto deluso. Doveva ammetterlo: aveva atteso il suo arrivo contando non solo le ore ma anche i minuti con un desiderio spasmodico che gli dava i capogiri e i crampi allo stomaco.
- Eccola- esclamò Alex e le corse incontro. La prese un po’ ruvidamente per un braccio e la condusse nel centro del gruppo.
Proprio in quel momento uno scoppio accese nel cielo un caleidoscopio di fuochi multicolori illuminando a giorno il piazzale del mercato.
- Da qui non si vede bene, sussurrò Giada a Ciro. Vieni, andiamo più in là.
Così dicendo lo prese per mano e lo condusse ben fuori dalla folla, più indietro in un angolo isolato e non gli lasciò più la mano.
I bagliori colorati provocati dalle deflagrazioni delle granate illuminavano ad intermittenza il piazzale riflettendosi sul suo bel viso. Ciro guardava la sua bocca sorridente e pensava che per un suo bacio avrebbe speso tutti i suoi averi sempre che avesse avuto qualcosa.
Quando un boato più potente degli altri annunziò la fine della gara, Ciro era rosso di emozione e gonfio di desiderio. Vergognoso benedisse il buio che era ritornato.
Lei però si avvicinò di più e guardandolo negli occhi gli disse:- sono felice e nascondendo il viso dietro la sua borsetta, avvicinò le labbra alla bocca del ragazzo, desiderosa di ricevere il primo bacio.
Da quella sera gli altri capirono che era stata lei a scegliere e si chiamarono fuori dalla competizione.
I due innamorati presero a frequentarsi assiduamente finché un giorno:
- Non potremo stare molto insieme nei prossimi giorni - le disse Ciro molto rattristato, essendo stato richiamato da suo padre per lo scarso impegno nello studio - perché sono stato rimandato e devo prepararmi per l’esame di riparazione.
- Mi spiace tanto. Perché non ti se impegnato durante l’anno scolastico? Avremmo avuto l’estate tutta per noi. Io ho dato il massimo proprio per te !
Ciro sorrise, l’attirò a sé e la baciò.
-Ma se nemmeno sapevi della mia esistenza; ti sei impegnata per un altro.
- Non… è… così… – rispose Giada intercalando ciascuna delle tre parole con un piccolo bacio – senza conoscerti pensavo a te e chiudendo gli occhi ti vedevo proprio come sei, magro, alto, timido e con i tuoi belli occhi verdi come il mare del golfo.
Trascorsero due giorni senza che si potessero incontrare, poi Giada decise che doveva assolutamente vederlo e andò casa di Ciro al mattino.
A Ciro disse “Non resistevo più senza vederti. Al padre che abbracciò e baciò con grande cordialità: - Suo figlio mi ha parlato molto di lei e tanto bene che non ho potuto esimermi dal fare la sua conoscenza.
- Ti ringrazio- le rispose, fingendo di averle creduto.
- Noi scendiamo in giardino, tanto la traduzione di oggi l’ho fatta ieri. Il padre gli indirizzò un’occhiataccia ma non aggiunse commento.
Giada si ripresentò ogni giorno, giustificando la sua venuta sempre con una scusa diversa: un consiglio da chiedere, un ingrediente di una ricetta da confermare, una lettera da scrivere, ma era sempre poco credibile tanto che il padre di Ciro , preoccupato, le disse: - se verrà bocciato sarà stata anche colpa tua.
Ma nonostante questo avvertimento, continuarono a vedersi ogni giorno. Ciro si era lasciato voluttuosamente sommergere dall’amore. Per la prima volta viveva nell’estasi di una vera passione. Aspettava Giada sempre con maggiore desiderio. I libri di greco li depose definitivamente in cartella.
A fine luglio organizzò in suo onore una festa sotto la tettoia del giardino.
C’erano i soliti del gruppo e le solite tre o quattro ragazze dei loro abituali balletti.
Lei per tutta la serata ballò solo con Ciro ma non appariva serena e allegra come al solito. Aveva negli occhi un velo di tristezza.
Il giradischi diffondeva note malinconiche. “Era d’estate e tu eri con me ” sospirava Sergio Endrigo.
Ciro le chiese se era felice. Lei scosse il capo leggermente in segno di diniego:
- domani mio fratello mi riporta a Roma perché, per lui, ho già trascorso qui con te troppo tempo.
Fu un colpo durissimo, una fitta al cuore. Ciro ormai la sentiva parte di sé e privarsene gli sembrava un sacrificio insopportabile, una mutilazione fisica.
Respirò profondamente per riprendersi dall’emozione e con un filo di voce le sussurrò: - sei stata con me così poco che non ho avuto nemmeno il tempo per dirti quanto ti amo.
Giada lo strinse forte forte a sé nascondendo il viso sul suo petto. Quando si staccò da lui, Ciro notò che il suo bel volto era rigato di lacrime. Le sfiorò delicatamente il viso seguendo con l’indice il percorso della lacrima sulla guancia destra, poi la baciò con grande tenerezza.
(By Antonio Abbate)
Nella tradizione natalizia napoletana il “Cenone” della vigilia di Natale rivestiva e forse ancora riveste, un’importanza maggiore dello stesso pranzo natalizio. Piatto forte immancabile del “Cenone” era il capitone fritto.
Fui invitato, alcuni anni fa, da conoscenti alla cena della vigilia e il padrone di casa, quasi a scusarsi, mi raccontò che, l’anguilla era stata definitivamente bandita dal menu della vigilia nella sua famiglia per volontà della madre che aveva preso questa decisione quando egli era ancora un bambino, quella volta che…
Le urla isteriche e acute risate di donne, provenienti dal soggiorno, svegliarono Renato che stava godendo di un meritato riposo. Era rientrato a casa quella mattina, dopo un lungo periodo di imbarco. Era ufficiale di macchina, un faticoso lavoro che svolgeva con passione e che lo costringeva per lunghi periodi lontano dalla famiglia.
Nelle pause lavorative, tornato a casa, per Renato era un rito irrinunciabile il riposino pomeridiano. Una vera goduria starsene rannicchiato nel suo comodo letto per smaltire la stanchezza e l’umidità accumulatasi nelle ossa a bordo della nave.
Quella sveglia improvvisa l’aveva messo di malumore. Contrariato e accigliato scese dal letto controvoglia per porre fine a quel baccano.
Deciso a fare una paternale a Teresa sua moglie, torvo in viso, aprì con uno scatto nervoso la porta del soggiorno e la scena che gli apparve gli fece, nonostante il cattivo umore, abbozzare un sorriso.
Teresa e la cameriera, carponi, stavano con la testa sotto il divano sollevando così in direzione dell’ingresso le loro ben tornite schiene.
“Guarda è lì” diceva Teresa a Mariella “afferralo subito stretto stretto!”
“Signora non ho il coraggio, mi fa impressione così viscido.”
Renato che era rimasto fermo sull’uscio dubbioso su cosa cercassero, appena capì cosa si trovasse sotto il divano, intervenne:
“Ma in questa casa non è possibile riposare? Tanto chiasso per catturare un capitone! Siete due incapaci!”
Mariella si offese e volle precisare che era solo incapace di catturare quel pesce; per tutto il resto era capacissima.
“Vorrei vedere qualche altro al mio posto come avrebbe reagito! Quello ha aperto una bocca spaventosa che sembrava volermi staccare una mano.”
“Esagerata, fatta in là che ci penso io” e così dicendo Renato strappò con un gesto brusco la pezzuola dalle mani della cameriera e si chinò sotto il mobile.
Quando si rialzò aveva un’aria da trionfatore stringendo la malcapitata preda tra le mani.
“Tieni – disse con tono autoritario alla cameriera – riportalo nella tinozza e metti sul coperchio un peso. Vedrai che non scapperà più.”
Quando la cameriera fu uscita dalla sala, Renato iniziò una filippica contro la moglie:
“Ma la vogliamo smettere con questo capitone a Natale? Ogni Natale, immancabilmente. Piacesse almeno a qualcuno! Ma che dico…almeno piacesse al gatto; ma perché lo compri?”
“Per devozione” rispose sottovoce Teresa.
“Si, per devozione a san Capitone; vuoi forse dire per tradizione.”
Teresa che della pazienza faceva la sua principale virtù e fino a quel punto si era trattenuta per evitare di litigare, non riuscì più a trattenersi e sbottò: “Uffa! Devozione, tradizione… come sei preciso; basta che hai capito, perché tante polemiche?”
Ma Renato non si dette per vinto e continuò imperterrito: “Non è possibile, ogni anno la stessa solfa. A Natale e Santo Stefano il capitone fritto fa la sua solenne comparsa a tavola adagiato sul letto di lattuga ma nessuno che lo degni di uno sguardo, nessuno che ne assaggi un pezzettino, non dico molto, ma un grammo, una molecola, niente.
Poi ci dispiace buttarlo via. Giusto, con quel che costa! E allora che fai? Rispondimi che fai?”
“E te la do la soddisfazione – rispose con falsa accondiscendenza Teresa - Faccio il carpione e lo conservo in umido per Capodanno.”
“Brava! - continuò Renato - Per Capodanno torna in versione umida e si replica il copione di Natale. Nessuno lo vuole, nessuno lo tocca e nemmeno vuole guardarlo e così lo spostano di posto in posto facendogli fare il tour del tavolo sperando che abbandoni al più presto la pista. Così il due gennaio un ultimo tentativo di propinarlo al gatto che schifato scappa via e si nasconde sotto il letto e viene fuori solo quando il capitone finisce nell’umido. Questa volta però nell’umido dei rifiuti perché anche la Befana ha fatto sapere che se, il giorno sei, trova ancora il capitone, a casa nostra non ci mette piede.
Ma piuttosto prendi una spigola, un dentice, un… ma lascia perdere questa specie di serpente bavoso e viscido.”
“La spigola non la so cucinare” finse Teresa per dispetto.
“E che ci vuole: la metti in una teglia da forno, la contorni di patate, una spruzzata di vino, olio sale pepe e la metti in forno.”
“Va bene sarà fatto signor comandante,” concluse ironica Teresa. “Ora ritornatene a letto e riposa in pace.”
“Tiéh “- esclamò immediatamente Roberto facendo per scongiuro il segno delle corna, avendo percepito una malevola allusione.
Nel primo pomeriggio della vigilia Teresa iniziò l’impegnativo rito della preparazione del cenone. Quando fu il momento di sacrificare la grossa anguilla assunse tutte le precauzioni per evitare una nuova fuga. Pose sul tavolo un grosso tagliere di legno, coprì il tagliere con un panno di tela ruvida, affilò per bene un lungo coltello da macellaio, indossò e fece indossare alla cameriera guanti da lavoro di stoffa grezza. Poi diede ordine a Mariella di prelevare la vittima sacrificale.
Quando, però, la cameriera sollevò il coperchio della tinozza in cui era custodito il prigioniero, esclamò: “Uh signora mia, è scappato di nuovo!”
Com’era potuto accadere?
“Mariella - chiese Teresa - che peso hai messo sul coperchio?”
“Uh - rispose Mariella dandosi una manata sulla fronte - signora mia, me ne sono dimenticata.”
Iniziarono, questa volta in silenzio, temendo un nuovo sgradito intervento di Renato, la ricerca del fuggiasco. In cucina non c’era; la porta che dava nel soggiorno era chiusa. Non poteva che essere uscito dall’unica porta parzialmente aperta, quella del balcone.
Teresa si affacciò e lo vide nel giardino, disteso, immobile tra la sterpaglia e un cespuglio di biancospino, sorvegliato da un gatto nero che lo stuzzicava con colpetti di zampa.
La cameriera andò di corsa a prelevarlo e lo riportò in cucina. Nelle sue mani l’anguilla sporca di terra e con residui vegetali incollati alla pelle, sembrava agonizzare tanto si muoveva lentamente.
Il capitone fu messo sotto l’acqua corrente per liberarlo dal terriccio che gli si era appiccicato sulla pelle vischiosa. La bestiola si riprese subito recuperando tutte le sue forze e si dimenava con forza per sfuggire dalla stretta delle mani di Teresa che riuscì a fatica a metterlo sul patibolo.
Quando, però, afferrò il coltellaccio e sollevò il braccio per staccargli di netto la testa, rimase con il braccio a mezz’aria.
Il capitone la fissava con il suo occhietto rotondo e umido, supplichevole, e apriva e chiudeva la bocca ritmicamente come in un muto affannoso discorso. Teresa lo fissò per alcuni istanti ricambiando il suo sguardo poi disse: “Ho capito, mi stai dicendo: - se nessuno della tua famiglia mi gradisce come pietanza, perché mi uccidi? La mia morte sarebbe immotivata e senza scopo.”
Interruppe l’esecuzione, pose il pesce in un secchio di plastica, dotato di manico per facilitarne il trasporto, sigillò il recipiente avvolgendovi intorno un canovaccio. Indossò poi il cappotto e disse alla cameriera di sospendere la preparazione della cena in attesa del suo ritorno poiché lei si sarebbe assentata per pochi minuti.
Si diresse con la sua bicicletta e il suo carico ittico verso la periferia del paese dove una cava in disuso si era trasformata in uno stagno.
Le rive erano occupate da canne di tifa dalle infiorescenze ormai in disfacimento i cui semi volavano via ad ogni refolo di vento, da menta acquatica ancora verde con sfumature di rosso sui margini delle foglie e da lunghe foglie
secche residuo delle primaverili fioriture di giaggioli palustri. Un leggero vento increspava la superficie conferendo al piccolo stagno un aspetto più accattivante. Nell’acqua nuotavano tartarughe e pesci rossi immessi nello specchio d’acqua da persone che se ne erano disfatte.
“Una sistemazione migliore in questa città non esiste - disse con rammarico Teresa rivolgendosi al pesce; c’è il mare ma so che vivi in acqua dolce. Ti devi accontentare, questo posto è sempre meglio della padella, spero che ti troverai bene.”
Così dicendo rovesciò delicatamente il contenuto del secchio nel laghetto. La grossa anguilla, libera, si allontanò per un tratto a pelo d’acqua battendo violentemente la coda poi si inabissò.
Teresa fece un cenno di saluto agitando la mano in direzione dello stagno.
Ritornando verso casa passò in pescheria dove acquistò la più grossa spigola esposta sul banco contornata da lattuga di mare per esaltarne la freschezza.
Il cenone fu opulento, secondo tradizione dagli antipasti al fritto misto di mare, ai dolci né mancò l’insalata di rinforzo.
A Teresa, ad ogni portata, furono tributati applausi e complimenti.
“E il capitone?” - chiese invece alla fine Renato.
“E’ partito e mi ha detto di salutarti “ rispose Teresa piuttosto seccata.
“Posso confidarti una cosa? – domandò Renato. Tutto è stato davvero squisito e mi complimento con te, ma, senza capitone a tavola, non mi è sembrato il cenone della vigilia”.
All’osservazione di Renato la moglie rispose con un sorriso vago, appena abbozzato di chi è concentrato su un suo pensiero e non ne vuole essere distratto. Con una espressione del viso di sognante assenza, immaginava quell’anguilla gigante e testarda, che si era guadagnata la libertà con tanta caparbietà, vagare sinuosa e felice tra le radici delle piante palustri del laghetto.
“Buon Natale anche a te” disse Teresa, commossa, all’interlocutore che solo lei vedeva.
I commensali non capirono a chi era diretto quell’augurio.
PS.-----------------------------------
Per chi vuol provare la ricetta della spigola al forno proposta da Renato:
Ingredienti per 4 persone
Una spigola da 1,200 Kg., Patate 600 gr, olio di oliva, un bicchiere di vino bianco secco, spicchio d’aglio, un peperoncino, origano, prezzemolo, sale.
Preparazione
Pulire, squamare e lavare la spigola, sistemarla in una teglia di grandezza proporzionata e condirla con olio, sale, aglio e peperoncino. Sbucciare le patate e tagliarle a fettine sottili che andranno disposte in fila indiana ai lati della spigola. Bagnare con vino bianco e poca acqua, salare anche le patate ed infornare a 180°C per 15/20 minuti e comunque fino a cottura del pesce e delle patate.
A cottura quasi ultimata estrarre dal forno, cospargere di origano e prezzemolo tritato ed eventualmente far addensare il sugo a fiamma viva per circa 5 minuti.
(by Antonio Abbate)
Il titolo che potrebbe fa pensare ad una ragazza bruttina e volgarotta, si riferisce, invece, al noto mollusco bivalve Mytilus Galloprovincialis, mitilo mediterraneo conosciuto anche coi nomi locali di cozza, muscolo, peocio.
Un giorno, non molto tempo fa, mentre attraversavo piazza Duomo, mi sentii chiamare per nome. Il mio nome è molto comune e, pertanto, ritenendo che chi urlava poteva riferirsi ad altra persona, continuai a camminare senza voltarmi.
Mi fermai soltanto quando insieme al nome fu urlato anche il mio cognome.
L’urlatore di piazza Duomo rivolgeva i suoi richiami proprio a me ed infatti voltatomi vidi un uomo che mi veniva incontro agitando vorticosamente e con entusiasmo un braccio in segno di saluto.
“Che piacere incontrarti” mi disse quando mi fu vicino. Vide il dubbio sul mio volto.
“Non ti ricordi di me? Siamo stati colleghi al liceo!”
“Qualcosa mi ricorda la tua fisionomia” gli dissi per pura cortesia, per non deluderlo completamente.
“Quello dell’ultimo banco, magrissimo, allampanato, sempre in tiro, ben pettinato..,”
Continuavo a non ricordare ma poi un’ultima sua precisazione mi illuminò.
“Quello che prendeva sempre due e tre in latino e greco…quando tu viaggiavi con sette e otto.”
“Spallino” esclamai “Ezio, che ci fai a Milano ?”
Sarebbe stato veramente arduo riconoscerlo senza l’ultima precisazione; dopo alcuni decenni lo studente magro, elegantemente vestito, sempre ben pettinato era mutato in un anziano grassoccio e calvo. Lo stomaco prominente tendeva la camicia in modo inverosimile facendo temere che i bottoni da un momento all’altro potessero partire come proiettili.
“Sono qui per lavoro ma, sai, ti ho subito riconosciuto perché hai mantenuto la tua fisionomia nonostante gli anni passati; sarà perché hai ancora tutti i tuoi capelli” disse ed intanto si passava la mano sulla testa dove i suoi capelli si erano ritirati verso il basso in una striscia da orecchio ad orecchio.
Dopo i soliti convenevoli su salute e famiglia mi raccontò che aveva fatto l’agente assicurativo per quasi quarant’anni e che, andato in pensione, non aveva voluto far speculare le banche con la sua liquidazione. L’aveva perciò investita acquistando una partecipazione societaria di uno stabilimento di depurazione dei molluschi.
Essendo divenuto socio aveva ritenuto utile impegnarsi attivamente nel lavoro tenendo i contatti con i clienti e ricercandone di nuovi facendo risparmiare alla sua società il costo di un agente di commercio.
Il suo settore era soprattutto quello delle cozze, per lui, il migliore dei molluschi per sapore e convenienza.
“Ma quale mollusco ha, come la cozza, il sapore del mare, il profumo della scogliera e delle alghe marine! Se ami il mare non puoi non amare le cozze”.
Ammisi che anche io gradivo il sapore delle cozze e ne avevo mangiate tante in gioventù ma che, dopo il colera, cercavo di evitarle per non correre rischi.
“Ma quali rischi !” rispose quasi risentito come se lo avessi offeso. “Non sono le cozze pericolose ma il mare inquinato.”
“Ora si possono gustare tranquillamente perché il prodotto viene immesso sul mercato dopo la depurazione”
E continuò, come un fiume in piena, a riversarmi tutte le sue conoscenze sulla cozza, sulle loro proprietà organolettiche, sui valori nutrizionali e dietetici, sulla versatilità in cucina, con tanto impeto e convinzione come se fossi un suo potenziale cliente.
“Contengono un’ elevata quantità di selenio, un “minerale traccia” presente nel nostro organismo in quantità limitatissima ma essenziale.
Il nostro organismo produce un enzima il “glutatione” per difendersi dai radicali liberi. Esso contiene selenio e se questo è carente nell’organismo si ha una diminuzione di questo enzima. Inoltre il selenio rafforza il sistema immunitario.
Nelle cozze si trova anche un buon contenuto di zinco, altro elemento necessario per il nostro organismo per il sistema riproduttivo, per quello immunitario e per il rinnovamento dei tessuti.
Sono inoltre povere di grasso, ricche di ferro, di proteine nobili e vitamine.
Insomma le cozze sono un vero toccasana; mangiarle è come farsi una vaccinazione antinfluenzale ed una cura ricostituente. Da quando mangio cozze in abbondanza non becco più un raffreddore. Intendiamoci, non sto dicendo di non vaccinarsi; sto facendo una constatazione”.
Mi teneva sotto braccio e passeggiavamo sotto i portici della piazza.
Così dovevano svolgersi le lezioni dei filosofi peripatetici. Solo che essi discutevano con Socrate di principi esistenziali ed io ero con Spallino a parlare di cozze.
“La cozza è il più versatile dei molluschi nel senso che puoi utilizzarlo in tante ricette: puoi condire gli spaghetti, fare un ottimo risotto, una invitante “zuppa” con fresella e sugo piccante, gratinate poi sono deliziose…
Certo che per stare tranquilli è opportuno seguire vari accorgimenti: non acquistare mai il prodotto sfuso ma solo nelle confezioni integre, in negozi dotati di banco refrigerato, controllare la scadenza, eliminare le cozze aperte se toccandole non si chiudono e quelle rotte, lavarle e spazzolarle per eliminare le incrostazioni, non mangiarle crude perché non è vero che il limone le sterilizza.”
Spallino prima di ogni preparazione le fa aprire in una pentola a parte in modo da dare una prima cottura e per filtrare il liquido che ne fuoriesce e che poi utilizzerà.
Soddisfatto della presentazione della sua creatura l’amico prese fiato scrutandomi per scoprire se mi aveva convinto.
“Ottima presentazione” gli dissi per dargli soddisfazione poiché sembrava metterci passione e impegno in quello che diceva.
“Con questi argomenti farai mangiare cozze a tutta Milano” lo adulai.
Ne fu felice tanto che riprese l’argomento: “non è da tralasciare il costo veramente irrisorio rispetto ad altri molluschi bivalvi ed in questo periodo di crisi spendere poco per mangiare un cibo gustoso e con alto valore nutrizionale non è poco.
Pensa a quanto ti può costare un risotto allo scoglio per quattro persone dovendo comprare tutti gli ingredienti necessari. Lo stesso risultato quanto a sapore lo puoi ottenere utilizzando solo le cozze e spendendo al massimo due o tre euro.”
Questo discorso mi aveva incuriosito e, dilettandomi di cucina, mi ero deciso a provare qualche ricetta. “Prova il risotto con cozze gratinate” mi disse e mi spiegò nei minimi particolari il procedimento da vero esperto. (Ingredienti per 4 persone: 1KG di cozze italiane, 2 spicchi d’aglio, mezzo bicchiere di vino bianco secco, 350 g. di riso, brodo vegetale q. b., 8 pomodorini, olio, grana grattugiato, prezzemolo, pepe e/o peperoncino se gradito e tollerato. Procedimento: Fare aprire le cozze in una pentola a fuoco vivo. Metterne da parte una dozzina belle piene con una valva e gratinarle. Estrarre le altre e frullarne una metà con l’acqua delle cozze preventivamente filtrata. Fare imbiondire nell’olio uno spicchio di aglio e poi eliminarlo; versare il riso e tostarlo; versare il vino e farlo evaporare; aggiungere i pomodorini privati dei semi e il frullato di cozze; proseguire la cottura aggiungendo il brodo vegetale; due minuti prima di ritirare la pentola dal fuoco, aggiungere una noce di burro, un po’ di aglio tritato finissimo, un cucchiaio di grana grattugiato, prezzemolo tritato e le restanti cozze. Servire guarnito di cozze gratinate ). Ci salutammo con un caloroso abbraccio ripromettendoci di rivederci per una abbuffata di cozze. Come spesso capita in questi casi non ci siamo più rivisti.
Tutto questo me lo ha detto il dott. Ezio Spallino incontrato dopo quarant’anni in piazza Duomo. Se quanto da lui esposto non fosse del tutto esatto o se il risotto da voi realizzato non fosse così gustoso, prendetevela con lui, io ho solo riferito i suoi discorsi.
…la lunga vita di Donna Assunta….
(by Antonio Abbate)
La preghiera di donna Assunta terminava sempre con la stessa richiesta: ”Madonna mia, fammi vedere le mie figlie sistemate”.
Sistemare le figlie per lei voleva dire trovare un marito ricco che le mantenesse nell’agiatezza in modo che non fossero costrette dalla necessità a lavorare né in casa né fuori e nell’ozio diventassero belle grasse. Misurava infatti la riuscita di un matrimonio dalle rotondità raggiunte dalla donna e per indicare una moglie felice, usava dire nel suo caratteristico idioma: ”sta bella chiatta, chiatta "ncopp a seggia” (grassa, grassa seduta sulla sedia).
Donna Assunta a quarantaquattro anni era già vedova con ben cinque figli da mantenere.
Don Pasquale se n’era andato da un momento all’altro con un infarto, lasciandola nell’angoscia e senza risorse.
Si erano conosciuti e dichiarati in campagna.
Pasquale commerciante all’ingrosso di frutta e ortaggi, era andato a visionare un campo di patate che intendeva acquistare. Aveva già notata Assunta in qualche occasione e gli era piaciuta ma, quel giorno in campagna, gli era sembrata uno splendore. La gonna tirata sulle ginocchia, la camicetta aperta sul reggiseno, appoggiata al manico della vanga, sembrava una divinità campestre.
Vedendo che Pasquale si avvicinava, lasciò scendere la gonna alle caviglie e con una mano si strinse la camicetta sul seno.
Don Pasquale aveva il viso cotto dal sole che sembrava di bronzo. Perle di sudore gli colavano giù dalla fronte lungo il viso.
Lei lo precedette nel saluto e con tono poco amichevole e risoluto gli disse: ”Buon giorno, che volete?”
”Volevo parlare con vostro padre; pensavo fosse nel campo” fu la risposta.
“Posso riferire, se dite a me”.
Pasquale restò qualche attimo in silenzio, pensieroso come se dovesse assumere un’importante decisione e intanto la fissava con i suoi occhi ammaliatori e poi rispose:
“Volevo dirgli delle patate ma anche che mi piacete e che vi voglio sposare.”
Un rossore conquistò il bel volto severo e abbronzato di Assunta che sin strinse ancor più la camicetta sul seno destinatario privilegiato degli sguardi dell’innamorato, quasi temesse un’ improvvisa audace carezza, poi, per celare a Pasquale il suo turbamento, si allontanò di corsa e da lontano gridò: ”Questo a lui dovete dirlo voi di persona; io intanto ci penso”
Assunta avrebbe detto subito sì perché Pasquale era bello, robusto e ammaliatore e, dicevano, di famiglia ricca. Un unico neo: aveva fama di essere troppo attratto dalle donne ma questo aspetto la preoccupava e la lusingava allo stesso tempo perché tra tante aveva scelto per il matrimonio proprio lei che, da quando l’aveva visto per la prima volta, lo aveva posto nel suo cuore e nei suoi sogni.
In realtà, Pasquale era benestante ma non ricco, figlio di secondo letto di un facoltoso (lui sì) e stimato professionista di un paese vicino che rimasto vedovo si era invaghito di una giovane e prosperosa popolana, la mamma di Pasquale, che si recava in casa sua come domestica. Un vero signore, aveva riferito ad Assunta una sua amica, che abitava in un palazzo con portone di legno massiccio decorato con borchie di bronzo, col cortile lastricato di pietra lavica, col giardino che aveva viali che convergevano su una fontana zampillante su una vasca circolare circondata da panchine di marmo.
Purtroppo il padre di Pasquale era deceduto quando lui era ancora piccolo ed i fratellastri, già adulti, si appropriarono di tutta l’eredità.
Pasquale aveva fama di essere molto generoso e soprattutto con le sue lavoranti alle quali elargiva frutta, danaro e volentieri sesso.
Anche dopo sposato, aveva conservato queste abitudini, sperperando i suoi guadagni sicché, alla sua morte, nemmeno la casa in cui abitava era di suo proprietà.
Assunta avrebbe dovuto rimboccarsi le maniche e mettersi a lavorare per provveder alle necessità familiari, ma per un insano orgoglio mai volle svolgere alcun lavoro.
Era stata moglie di don Pasquale! Lavorare sarebbe stato disonorevole. Anche se vedova era sempre donna Assunta! Piuttosto sarebbero morti tutti di fame.
Per fortuna nessuno morì grazie agli aiuti in natura e denaro di un’unica generosa parente, elargiti fino a quando la primogenita, terminati gli studi superiori, assunse un impiego e anche grazie alle polpette del giovedì di una sorella di Pasquale. Da questa le figlie di Assunta si recavano ogni giovedì anche senza essere state invitate, disinteressandosi del malumore che scatenavano nel tirchissimo e burbero marito della zia. La fame era più forte della soggezione.
Assunta dimagriva e invecchiava precocemente nel dolore, nelle preoccupazioni giornaliere e nel ricordo del marito al quale, di tanto in tanto, rimproverava di averla tradita in vita e lasciata poi sola con tanti figli da mantenere e per questo gli augurava parecchi anni di purgatorio.
Mentre chiedeva al cielo la sistemazione delle figlie, si preoccupava per i figli maschi per i quali temeva disgrazie, rapimenti e soprattutto, il matrimonio.
Col tempo tutti i figli si sposarono, anche i maschi.
I generi le erano più o meno indifferenti ma le nuore, quelle le odiava.
Quando nacque la prima nipotina le fu affidata perché entrambi i genitori erano troppo presi dal lavoro.
La bambina piangeva spesso e la nonna la cullava tenendola in grembo e la dondolava velocemente su una sedia impagliata e intanto rivolgeva alla Vergine Santa la sua preghiera:”…fa che veda la mia nipotina sistemata.”
Figli, generi, nuore avevano tutti un lavoro dignitoso come dipendenti o professionisti.
Donna Assunta, dopo tanto patire era ringiovanita, avrebbe potuto ritenersi soddisfatta e vivere finalmente serena circondata dalla belle e numerosa parentela. Invece era scontenta: ”il cugino si costruisce una villa… il marito della figlia di mia sorella fa i milioni con la sua azienda e sua moglie ingrassa in casa…”
Di lamento in lamento passarono gli anni e la nipote divenne donna e anche lei si sposò ma senza ingrassare. Da ciò dedusse che anche lei non aveva avuto una buona sorte; infatti era ”costretta” a insegnare anziché essere mantenuta dal marito.
Giunse anche la pronipote e donna Assunta la tenne in braccio al battesimo, prossima ai novant’anni.
Mentre il prete recitava la formula di rito:”io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, lei pregava a suo modo:”Vergine Santissima fa che veda questa piccina sistemata”.
Dagli anni novanta in poi fu un veloce declino: prima una malattia seria, per lei che non aveva sofferto altro che la fame e poi l’inesorabile deterioramento fisico e mentale che, in genere, accompagna l’età avanzata.
Si avvicinava comunque al singolare traguardo dei cento anni. Un secolo sulle spalle pesa davvero ma lei, benché costretta a letto, continuava a tiranneggiare figli e badanti.
Il giorno del centesimo compleanno fu festa grande con tutta la famiglia riunita: figli, generi, nipoti e pronipoti.
Seduta a capotavola nell’elegante ristorante, inizialmente aveva un’aria assente e triste,. Si guardava intorno come se non capisse nemmeno dove si trovava.
Poi assaggiò qualche boccone e sollecitata da figli e nipoti iniziò a dire qualche parolina e a dispensare piccoli sorrisi con una dolcezza che mai le era stata congeniale e, quando la nuora più invisa, quella che le aveva sottratto il figlio preferito, raccontò di una telefonata ricevuta dalla futura suocera al tempo del suo fidanzamento, donna Assunta trovò la forza per indirizzarle a lungo il gesto delle corna con il braccio ben teso.
La torta del centenario, bellissima, tutta composta di delizie al limone legate dalla crema chantilly la rianimò ulteriormente.
C’era una sola candelina da spegnere e per non stancarla la spense la figlia maggiore.
Lei mostrò disappunto indirizzandole una sguardo ostile e rancoroso.
La candela fu riaccesa e lei la spense al primo soffio sorridendo agli applausi scroscianti che ne seguirono.
Per complimentarsi, le si avvicinò una nipote venuta da lontano per festeggiarla e le presentò la sua bambina di pochi mesi.
“E’ mia figlia” le disse “è una vostra pronipote”.
Lei storse leggermente le labbra abbozzando un timido sorriso e le fece una carezza con un dito.
Si fece poi il segno della croce e sembrò assopirsi e tutti sussurravano”E’ stanca, non ce la fa più; è alla fine !sono cento anni!”
Donna Assunta si era invece raccolta in preghiera, la solita.
Soltanto,questa volta, aveva associato alla Madonna un secondo destinatario della supplica perché la richiesta che stava per fare era piuttosto ardua:”Santa vergine e Padre Pio fate che possa vedere sistemata anche questa bambina”.
(by Antonio Abbate)
Seduto comodamente sul divano di pelle nera, in più punti consunto per l’eccessivo uso, la camicia sbottonata sul collo e sullo stomaco prominente, Bruno leggeva il solito quotidiano che gli veniva recapitato sull’uscio di casa alle sette del mattino.
Pur attento alle ultime allarmanti notizie di cronaca nera che abitualmente leggeva al crepuscolo, dedicando le ore del mattino agli approfondimenti politici, non aveva potuto non notare che Mirella, sua moglie, ancora dedita a rassettare la casa, con sospetta frequenza, gli passava davanti lanciandogli sguardi risentiti oppure ammiccandogli in un modo ambiguo, tra l’ironico e il compiaciuto.
Perché, poi, indugiava nello spolverare, quasi carezzandola, la riproduzione de “Il bacio di Klimt” mentre fugacemente passava lo spolverino sugli altri quadri ?
Bruno fingeva di essere ancora assorto nella lettura del giornale ma in realtà ora si chiedeva: “Cos’ ha quest’oggi Mirella?” Possibile che abbia qualche interesse…? Ipotesi questa che lui stesso considerava poco attendibile poiché, già da qualche anno, la loro intimità coniugale, per la ritrosia dell’una e la conseguente rinuncia dell’altro, si era ridotta al russare all’unisono, ciascuno adagiato sul più lontano margine del letto.
Tuttavia Bruno si sentì pronto ad ottemperare ai doveri coniugali qualora ne fosse stato richiesto l’adempimento.
- Senti Mirella, – la bloccò mentre lei ripassava per l’ennesima volta guardandolo allo stesso modo e con lo stesso sorrisetto – sii chiara! Forse che oggi vuoi proporti per un po’ di romanticismo?
- Ma che dici! - quasi si scandalizzò Mirella – E’ che oggi ti è sfuggita un’importante scadenza.
Il termine “scadenza” utilizzato impropriamente da Mirella in luogo di ricorrenza, gettò immediatamente Bruno nel panico richiamandogli alla mente il mutuo che per il poveretto era stato l’incubo della sua vita.
Pagava il mutuo da quasi trent’anni anni e ormai la casa, in verità una bella casa, gli era costata ben cinque volte il prezzo di vendita.
- Il mutuo ?… – sussurrò con un filo di voce raschiante poiché l’innalzamento brusco della pressione gli causava un’immediata accentuazione della naturale raucedine.
- Ma che mutuo! - Esclamò alquanto contrariata la moglie - Abbiamo pagato la rata semestrale appena a giugno; ci ha portato via quasi l’intera pensione!
A queste parole, benché il ricordo dello svanire della pensione avesse l’effetto di una pugnalata, pure l’esclusione del mutuo dalla scadenza ricordata da Mirella, lo rasserenò abbastanza. Il cuore che aveva accelerato al massimo ritornò alla normalità; cioè all’ abituale tachicardia.
- Non è l’anniversario di matrimonio - affermò Bruno con sicurezza.
L’avevano infatti festeggiato da poco nel modo divenuto consuetudine da alcuni anni.
Per tutta la giornata i coniugi ignoravano entrambi la ricorrenza e non ne facevano alcun accenno. Poi a sera, dopo essersi sistemati nel letto, quasi all’unisono si dicevano: “Amore, oggi è stato il nostro anniversario di nozze! Auguri! Si baciavano sulle labbra tenendole ben strette temendo, senza adeguata preparazione, la sgradevolezza dell’alito. Poi ciascuno si ritirava a russare rannicchiato sul suo lato esterno del letto.
Più per curiosità che per vero interesse a conoscere la ricorrenza, Bruno, stanco di ricercare nella sua memoria ricordi ormai sbiaditi, le chiese in tono risolutivo:
- Allora si può sapere di che si tratta?
- Giacché te ne sei dimenticato – replicò Mirella- non meriteresti una risposta. Te lo dico soltanto per dimostrarti quanto poco mi pensi.
- Ma che dici, tu sei sempre in cima ai miei pensieri – finse di indignarsi il marito - non puoi fare queste affermazioni.
Mirella si rallegrò di queste parole anche se in fondo non ci credeva troppo.
- E’ l’anniversario del nostro fidanzamento e tu nemmeno te ne ricordi! - piagnucolò.
- Ma no cara, non dire così. Mi è sfuggita la ricorrenza…ma solo perché pensavo fosse domani…Figurati se mi posso dimenticare di quel giorno, annotato nella mia mente… “albo lapillo” , come dicevano a Roma, lì alla pinacoteca..
Mirella lo bloccò subito:
- Ma che pinacoteca, lì ti sarai fidanzato con un’altra!
Bruno simulò di non avere accusato il colpo e proseguì, sempre meno credibile:
- Ah, si..scusa, è stato un lapsus..ricordo benissimo, volevo dire alla paninoteca dell’università…quella vicino…
- Smettila di voler ricordare a tutti i costi che finirai per rivelarmi tutti i tuoi fidanzamenti o anche altre relazioni …
Mirella aveva sempre rimproverato al marito numerose relazioni sentimentali giovanili vere o presunte
- Fu su una panchina del lungomare! – rivelò infine Mirella.
- A si! Fece Bruno battendosi il palmo della mano destra sulla fronte mentre le parole di Mirella aprivano finalmente uno squarcio nella sua memoria intorpidita.
Come aveva potuto dimenticarlo. Aveva corso, in quella circostanza, il rischio di una denunzia per violenza perché dopo alcuni minuti di bacetti e carezzine, ribollendogli il sangue giovanile, le aveva finalmente dato il primo lunghissimo bacio passionale, chiudendole la bocca per qualche minuto.
Lei non riusciva a respirare e strabuzzava gli occhi mentre le guance le si imporporavano.
Bruno, però, continuava nel bacio, interpretando il roteare degli occhi e il rossore del viso della ragazza come adeguata vogliosa partecipazione, fino a che Mirella si liberò dall’abbraccio con uno spintone che lo fece ruzzolare dalla panchina.
La scena era stata seguita con professionale interesse da un vigile urbano che fraintendendo la reazione della ragazza e sospettando che Bruno la stesse molestando, si era avvicinato e dopo aver chiesto a entrambi i documenti, insisteva affinché Mirella ammettesse le molestie senza timore perché fortunatamente “ora c’era lui a proteggerla”. Poi contrariato dal diniego della ragazza, aveva intimato di “non proseguire in certe sconcezze in luogo pubblico”
A tali lontanissimi ricordi Bruno si commosse sinceramente, consapevole dei tanti, troppi anni trascorsi e, travolto dall’entusiasmo, dopo avere affermato che: ”veramente l’anniversario del fidanzamento é una ricorrenza da festeggiarsi più che l’anniversario di matrimonio perché il fidanzamento segna la nascita dell’amore mentre con il matrimonio ne inizia il declino”, concluse:
- Ti porto fuori!
- Ma no! - Si meravigliò Mirella per l’eccezionale invito. - Veramente…. mi farebbe piacere; però ho già preparato le scaloppine di pollo e l’insalata per la cena.
- Non importa. Va a prepararti che si va fuori! - affermò Bruno con tono ultimativo.
- Grazie caro, disse entusiasta Mirella, mentre allontanandosi per entrare in camera gli mandava un bacio deponendolo sul palmo della mano e soffiandolo verso di lui.
Bruno lo afferrò al volo e romanticamente se lo depose sulle labbra.
Non passò un minuto che Bruno già si era pentito del precipitoso invito.
Andare fuori era come sottoporsi volontariamente a una rapina. Tra coperto, percentuale sul servizio, mancia obbligatoria, iva, addizionale ed altre diavolerie escogitate per derubare la gente legalmente, eri costretto a sborsare un capitale ancora prima di fare l’ordinazione per la cena.
Non stette più a pensarci: andò, deciso, sul terrazzo e spostò il tavolino sotto il pergolato di vite canadese. Lo circondò con i vasi di fiori più rigogliosi che aveva a disposizione. Sul tavolino che apparecchiò con tovaglie e posate di pregio e con piatti allegramente decorati con fiori multicolori, pose una candela alla citronella per allontanare le zanzare.
Poi, sempre allo stesso scopo, accese negli angoli del terrazzo alcuni zampironi anche pensando che, con le volute di fumo, avrebbero concorso positivamente alla scenografia.
Alla presa più vicina al tavolino allacciò il riproduttore di CD dove avviò un sottofondo di musica romantica.
Infine si congratulò con sé stesso per la geniale idea e attese con trepidazione l’arrivo della moglie.
- Eccomi, arrivo !- esclamò lei quando fu vestita e truccata.
Si presentava bene, molto meglio di quando gironzolava per casa in vestaglia color topo, struccata e con in testa una miriade di bigodini.
- Complimenti - fece con sincerità Bruno- stai benissimo.
Si avviarono, ma Bruno, precedendo di qualche passo la moglie, invece di dirigersi all’ingresso, andò verso la portafinestra del terrazzo.
- Mah…! Fece Mirella quando avvistò la tavola imbandita.
- Cara, ho pensato che sarebbe stato più intimo festeggiare da soli che in mezzo ad una confusione di sconosciuti. Te lo prometto, sarà una serata indimenticabile! Cena sotto le stelle, musica e poi …romanticismo in salotto; il tutto senza spreco di risorse.
Alle prime Mirella ci rimase un po’ male, ma anche lei parsimoniosa, in pochi secondi, al pensiero che avrebbero risparmiato una bella cifra, si rasserenò.
- Va benissimo, ma sappi che mi gusterò la cena senza muovermi dal tavolo.
- Prendi posto che sarò il tuo personale cameriere.
Le porse il braccio.
- La signora è venuta per cenare , suppongo. Bruno, scherzosamente, si calava nei panni di cameriere corteggiatore
- E se no, per che cosa! Rispose Mirella.
- Ha perfettamente ragione, ho fatto una domanda superflua. Conoscendo i suoi gusti, essendo lei cliente abituale di questo locale, mi permetta di suggerirle il menù.
Direi…Supreme di pollo allo champagne (le scaloppine al vino bianco preparate da Mirella), insalata tricolore (lattuga, cetrioli e pomodori), infine affogato al caffè, logicamente decaffeinato, secondo la sua abitudine. Da bere, acqua naturale e bianco frizzantino.
Mirella lo fulminò con uno sguardo che esprimeva rimprovero e delusione.
- No, non ho dimenticato che lei è astemia ma il frizzantino è per me poiché sono sicuro che, essendo sola, mi concederà di sedere al suo tavolo.
Mirella, fece finta di pensarci un po’, poi sciolse l’inesistente dubbio:
- Per questa volta- esclamò col tono di chi fa una importante concessione.
Le scaloppine e l’insalata erano gustose, l’aria fresca ed il vinello amabile.
La serata era resa più romantica dalla colonna sonora composta dalle più belle melodie stracolme di violenti passioni, gelosie, tradimenti, rimpianti…
Dopo la frutta, fuori programma, Bruno con molta galanteria la invitò a ballare.
Mirella pensò che veramente si stava divertendo più che se fossero andati a cena fuori.
- Ora in salotto! propose Bruno al quale dopo tanto tempo il sangue sembrava di nuovo scorrere bollente e veloce nelle arterie.
Si accomodarono sul divano e accesero il televisore. Mirella prese il marito per mano.
Davano un film adatto alle serata: erotico.
Era la storia di un anziano professore che invece di godersi la bellissima moglie, faceva di tutto per spingerla nel letto di un suo assistente.
Dopo anni, si tennero per mano per tutta la durata del film.
Alla fine Mirella commentò:
- Non capisco perché ad una certa età gli uomini dovrebbero fare queste cose inconcepibili.
Poi, dopo un sonoro sbadiglio, propose: - Prepariamoci per andare a letto.
Si avviarono ciascuno nel proprio bagno.
Bruno indugiò, alquanto speranzoso, abbondando anche con l’acqua di colonia e i gargarismi con antibatterico che” rinforza le gengive e profuma l’alito”. Almeno così era scritto sull’etichetta.
Quando entrò in camera, Mirella lo attendeva a letto. Nella camicia da notte turchina taglio impero, era ancora piacente. Bruno sentì un fremito e sfacciatamente indugiò con lo sguardo su certi particolari. Poi si sdraiò accanto a lei.
-Grazie per la romantica serata – gli disse Mirella- Mi sono davvero divertita. Meriti un bacio.
Gli dette sulla guancia un bacio facendo lo schiocco.
Poi, mentre sbadigliava nuovamente, sbiascicando le parole, aggiunse: come sono stanca… che sonno…
Si allontanò, di scatto, da lui verso il suo margine di letto; si girò sul fianco, dandogli la schiena ed iniziò immediatamente a russare.
Bruno, incredulo, continuò a guardarla ancora per alcuni secondi sperando che fingesse, poi sentendola fischiare come una vecchia locomotiva nel Far-West, prese un libro che aveva sul comodino, alzò il cuscino per appoggiarvi comodamente la nuca e il collo e, deluso, si immerse nella lettura.
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(by Antonio Abbate)
Domenica di Pasqua. Siamo in quel di Bergamo, sui monti fra Serina e Dossena. Contrariamente alle previsioni la giornata si presenta splendida. Il cielo è di un azzurro terso, l’aria tiepida leggermente ventilata. Il sole fin dalle prime ore del mattino, affacciatosi dalle creste dell’Alben, è penetrato attraverso le imposte sconnesse della finestra della camera, invitandoci a lasciare il letto.
Si propone di impiegare proficuamente la bella giornata con una passeggiata salutare e rilassante.
Il pranzo pasquale è però d’obbligo, perciò si stabilisce il rientro per le due p.m.
Paolo che è l’esperto dei sentieri, distende la cartina della Val Brembana e mostrandoci il percorso, propone di salire verso la conca dell’Alben, il monte che quasi incombe con le sue rupi aspre e spoglie sulla nostra casa.
Con l’auto ci portiamo in pochi minuti al borgo di Cornalba da dove inizia il sentiero per l’Alben a noi più prossimo, per non sprecare tempo prezioso in lunghi spostamenti in macchina.
Posteggiamo proprio sotto la bianca falesia da cui il paese trae il nome (cornus = roccione; albus = bianco).
Ci accoglie un concitato cinguettio proveniente da alti abeti che circondano le due o tre case poste poco prima dell’inizio di un sentiero sterrato.
Un uccellino appollaiato proprio sulla punta del ramo più alto della cima più alta, quasi fosse il puntale colorato di un albero di natale proclama con ardore il possesso del territorio.
Cerchiamo nello zaino il binocolo per ammirarlo nei particolari (certamente è un fringillide, forse un ciuffolotto? dice l’esperto). Proviamo ad inquadrarlo ma i nostri movimenti e forse le nostre voci lo spaventano e lo fanno volare via.
Iniziamo a percorrere il sentiero che inizialmente è largo e quasi piano. Giunti ad una recente cappellina dedicata ad una stazione della via Crucis, quella dell’incontro di Gesù con le pie donne (tal è l’affresco sulla parete centrale) dobbiamo scegliere tra due sentieri:
Il primo “il panoramico” si dirige verso la falesia; l’altro “dei partigiani” reca sul segnale la scritta “conca dell’Alben”.
Scegliamo quest’ultimo che più chiaramente indica la destinazione da noi prescelta.
Quasi subito le caratteristiche del sentiero mutano: aumenta la pendenza, diventa sconnesso ed accidentato per la presenza di pietre e massi.
Seguendolo ci inoltriamo in un bosco di faggi e carpini avvinghiati con le radici alle rocce quasi nude perché esilissimo è lo strato di terra ed humus. Il sottobosco è rado fatto di ciuffi d’erba e sporadici arbusti.
Il sole riscalda molto, tanto da far giudicare eccessivi i giacconi che prudentemente indossiamo.
Gli alberi, snodandosi il sentiero in frequenti tornanti lungo i ripidi fianchi della montagna, non impediscono di ammirare il panorama. Ci fermiamo qualche minuto a guardare la verdeggiante valle davanti a noi, cercando di riconoscere i borghi e i paesi appoggiati sulle pendici dei monti circostanti.
Sulla sinistra ci sembra di riconoscere Trafficanti e in lontananza avvolto da un velo di foschia Selvino; sulla destra, forse, Costa Serina e poi Rigosa, Somendenna, ma non ne abbiamo certezza.
Sotto di noi la piccolissima val d’Ola che prende il nome dal torrente che la percorre e che porta le sue limpide acque all’Ambria.
E’ proprio il torrente Ola che rende il sentiero che percorriamo interessante e vivace fornendo anche la colonna sonora con gorgoglii e scrosci violenti di cascate.
Riprendiamo a salire di buon passo e giungiamo ad un primo guado. La sosta è d’obbligo per la bellezza del sito, di un fascino inarrivabile.
Il torrente che scende racchiuso in un alveo stretto scavato tra le rocce, incontra un ammasso roccioso candido come la neve e si suddivide, in quel punto, in quattro rami ed in altri piccoli rivoli che precipitano per alcuni metri tra schizzi e schiuma bianchissima.
Il ribollire dell’acqua svanisce e lentamente la frenesia delle cascate si acquieta in una pozza limpida e gelida in cui ci si rispecchia come in un cristallo.
Procedendo, il sentiero si inerpica, l’aria è più fresca anche perché il venticello iniziale talvolta rinforza. Riallacciamo i giubbotti e proseguiamo sul sentiero ora leggermente innevato. E’ neve non ghiacciata, ancora soffice, residuo di una leggera nevicata piuttosto recente.
Siamo in cammino da circa due ore e Marta richiede una sosta per rinfrancarci con una barretta di cioccolato. Ci fermiamo, ma propongo di far fuori la porzione di Casatiello che Maria Pia ha generosamente introdotta nello zaino. Approvazione unanime.
(Volo pindarico per chi non conosce il CASATIELLO: è un rustico pasquale tradizionale del napoletano che si consuma a pasquetta sui prati. Da gustare rigorosamente con l’uovo che lo decora e lo completa. Ricetta: per 6 persone 600 g. di farina, 225 di strutto, 200 g di salame tipo Napoli, 1 dado e ½ di lievito di birra, sale poco, pepe abbondante, 1 cucchiaio di pecorino, 2 cucchiai di parmigiano, 6 uova intere: Impastare la farina con il lievito, sale e un cucchiaio di strutto di strutto, lavorare bene e lasciare lievitare fino al raddoppio del volume. Tenere da parte una quantità di pasta grossa come un pugno e mescolarla con un po’ di strutto. Stendere la pasta restante. Spalmarla di strutto e cospargerla con i formaggi grattugiati e pepe. Piegarla in due e cospargerla di salame sbriciolato, strutto, parmigiano, pecorino e pepe. Stendere nuovamente la pasta e cospargere di strutto e proseguire così fino ad esaurimento del grasso. Avvolgere la pasta a salame e porre in uno stampo a ciambella dopo averlo spennellato di olio o strutto sovrapponendo le due estremità. Appoggiare ad intervalli regolari le uova sulla pasta e ricoprirle con due striscioline della pasta messa in disparte. Coprire con telo da cucina e lasciare lievitare per tre ore. Poi cuocere in forno a 180° per un’ora o più fino a completa doratura. Buon appetito.)
Soddisfatti e rinvigoriti dallo spuntino riprendiamo la passeggiata. Il sentiero è ben tracciato e sicuro; dirupi e salti sono segnalati con cordicelle stese tra gli alberi per evidenziare il rischio e dissuadere dal sostare nei pressi o scendere in quei tratti troppo scoscesi.
Di tanto intanto si mostra l’alveo del torrente o sentiamo il fragore dell’acqua che precipita a valle.
Giungiamo ad un secondo guado.
Il sentiero si immerge letteralmente nell’acqua e non c’è altro passaggio poiché a sinistra c’è una parete rocciosa verticale e a destra un versante ripido solcato dal torrente.
Passare non è difficile, bisogna solo fare attenzione a non mettere i piedi nell’acqua che per il suo livello potrebbe superare gli scarponi e farci un gelido pediluvio.
I giovani passano veloci, io più lentamente appoggiandomi sui bastoni. Va tutto bene tranne l’ultimo passo che termina con il piede destro in acqua.
Lo scarpone per fortuna è veramente impermeabile.
Dopo il secondo guado, verso i 1400 metri di quota, incontriamo numerosi rivoli e affioramenti che più a valle vanno a formare il torrente.
Dobbiamo percorrere un ultimo tratto di sentiero prima di uscire dal bosco. Il vento è piuttosto freddo e mi fa rimpiangere di non avere portato un cappellino di lana.
Attira la nostra attenzione una primula di colore violetto. Il sentiero fin dall’inizio é abbellito da una copiosa fioritura di comuni primule gialle, ma questa è la prima di colore viola.
Inesperti ma entusiasti speriamo di esserci imbattuti casualmente nella rara primula albenensis specie endemica del monte.
Saremo disillusi al ritorno confrontando la foto della nostra scoperta con le foto della primula rara.
Forse é solo una primula glaucescen?
Ancora una ventina di minuti e siamo fuori dal bosco.
Ai nostri occhi si presenta un panorama spettacolare per il quale è valsa la pena di camminare per circa tre ore.
L’Alben che da Corone (dove alloggiamo) sembra essere piuttosto tozzo e compatto, qui si presenta come un complesso montuoso fatto a ferro di cavallo e mostra le sue cime più alte: alla nostra sinistra Cima della Spada, di fronte Cima della Croce e passo La Forca, a destra la più alta , la Cima Alben innevata e risplendente sotto i raggi del sole di mezzogiorno.
Sotto le cime, come racchiusa da un loro affettuoso abbraccio, la conca dell’Alben, saliscendi di prati tappezzati di candidi crochi, macchiati di primule e sparsi dei altri fiori multicolori più radi.
Vorremmo raggiungere almeno il passo che ci sembra poco distante ma le carte lo danno a trenta minuti e col nostro passo…
Sono già le 12 e 40 e per le 14 dobbiamo essere a casa per il pranzo.
Una folata di vento gelido che mi fa volare via il berretto ad una ventina di metri, ci convince ad intraprendere la strada del ritorno.
Marta va come un camoscio saltellando di pietra in pietra, Paolo segue più lentamente per attendermi. Io sono in difficoltà; temo di scivolare sul pietrisco. Fortuna che mi sono equipaggiato con i bastoncini che mi sorreggono e mi tengono in equilibrio. Vorrei scendere lentamente, ma abbiamo un orario da rispettare. Cerco di affrettarmi ma mi dolgono le caviglie e le ginocchia.
I lacci degli scarponi si sono allentati e il piede scivola verso la punta e ad ogni colpo temo per le unghie degli alluci. Mi fermo per calzare meglio gli scarponi. Riprendo la discesa, va molto meglio e mi chiedo perché non ho stretto i lacci molto prima.
Siamo alla macchina alle 13 e 50 e alle 14 e 10 a casa. Tempi quasi rispettati.
Una rinfrescata e un veloce cambio d’abito e ci mettiamo a tavola. Nel camino c’è brace abbondante e la griglia già fa il suo dovere.
La lasagna è già servita, noi impugniamo prontamente le forchette ma Maria Pia ci blocca perché deve dare la benedizione con l’acqua benedetta distribuita dal parroco di Dossena durante la funzione della vigilia.
Amen, auguri e si inizia. Lasagna, agnello alla lucana, grigliata di rostbeef di scottona e costolette di agnello, carciofi ripieni e PASTIERA.
Una pastiera spettacolare, sublime, un vero nettare degli dei.
E’ inutile darne la ricetta perché tutti mescolando gli ingredienti sanno ricavarne una torta dolce piuttosto anonima. Pochi anzi rari sono quelli che sanno ricavarne una pastiera, forse per avere appreso i segreti dalle mamme e dalle nonne.
La vera pastiera è quella che quando la degusti e trattieni per alcuni istanti il boccone tra lingua e palato, socchiusi gli occhi, ti fa sentire il tepore del sole primaverile e il profumo delle zagare; ti dà una visione di peschi in fiore e ti ricorda la dolcezza dei baci della mamma o del primo amore.
- Giorno inizio eventi e manifestazioni: 28
- Tipologia di Eventi e Manifestazioni: Altre manifestazioni
- Mese inizio eventi e manifestazioni: Settembre
- Anno inizio eventi e manifestazioni: 2025
- Data Eventi e Manifestazioni (unico giorno): 28-09-2025
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- Giorno inizio eventi e manifestazioni: 26
- Tipologia di Eventi e Manifestazioni: Altre manifestazioni
- Mese inizio eventi e manifestazioni: Settembre
- Anno inizio eventi e manifestazioni: 2025
- Data Eventi e Manifestazioni (inizio): 26-09-2025
- Data Eventi e Manifestazioni (fine): 28-09-2025
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- URL Link 1 - Eventi e Manifestazioni: AMARCORD. Fotocronaca del Premio Torretta di Quinto Vecchioni
- Mappa Cartina :
Nei giorni 26 -27 -28 settembre prossimi, presso la Villa Mylius, sarà esposta la mostra dal titolo AMARCORD - Fotocronaca del Premio Torretta di Quinto Vecchioni - foto - ricordi - parole - persone, che permetterà al pubblico di rivivere i 40 anni dell'ambito Premio.
L’inaugurazione avverrà venerdì 26 alle ore 19.00 per poi continuare sabato e domenica dalle 9.00 alle 19.00.