CURIOSITÀ

Verso l’Alben (cronaca di una passeggiata in montagna)

Verso l’Alben (cronaca di una passeggiata in montagna)



(by Antonio Abbate) 

Domenica di Pasqua. Siamo in quel di Bergamo, sui monti fra Serina e Dossena. Contrariamente alle previsioni la giornata si presenta splendida. Il cielo è di un azzurro terso, l’aria tiepida leggermente ventilata. Il sole fin dalle prime ore del mattino, affacciatosi dalle creste dell’Alben, è penetrato attraverso le imposte sconnesse della finestra della camera, invitandoci a lasciare il letto.

Si propone di impiegare proficuamente la bella giornata con una passeggiata salutare e rilassante.

Il pranzo pasquale è però d’obbligo, perciò si stabilisce il rientro per le due p.m.

Paolo che è l’esperto dei sentieri, distende la cartina della Val Brembana e mostrandoci il percorso, propone di salire verso la conca dell’Alben, il monte che quasi incombe con le sue rupi aspre e spoglie sulla nostra casa.

Con l’auto ci portiamo in pochi minuti al borgo di Cornalba da dove inizia il sentiero per l’Alben a noi più prossimo, per non sprecare tempo prezioso in lunghi spostamenti in macchina.

Posteggiamo proprio sotto la bianca falesia da cui il paese trae il nome (cornus = roccione; albus = bianco).

Ci accoglie un concitato cinguettio proveniente da alti abeti che circondano le due o tre case poste poco prima dell’inizio di un sentiero sterrato.

Un uccellino appollaiato proprio sulla punta del ramo più alto della cima più alta, quasi fosse il puntale colorato di un albero di natale proclama con ardore il possesso del territorio.

Cerchiamo nello zaino il binocolo per ammirarlo nei particolari (certamente è un fringillide, forse un ciuffolotto? dice l’esperto). Proviamo ad inquadrarlo ma i nostri movimenti e forse le nostre voci lo spaventano e lo fanno volare via.

Iniziamo a percorrere il sentiero che inizialmente è largo e quasi piano. Giunti ad una recente cappellina dedicata ad una stazione della via Crucis, quella dell’incontro di Gesù con le pie donne (tal è l’affresco sulla parete centrale) dobbiamo scegliere tra due sentieri:

Il primo “il panoramico” si dirige verso la falesia; l’altro “dei partigiani” reca sul segnale la scritta “conca dell’Alben”.

Scegliamo quest’ultimo che più chiaramente indica la destinazione da noi prescelta.

Quasi subito le caratteristiche del sentiero mutano: aumenta la pendenza, diventa sconnesso ed accidentato per la presenza di pietre e massi.

Seguendolo ci inoltriamo in un bosco di faggi e carpini avvinghiati con le radici alle rocce quasi nude perché esilissimo è lo strato di terra ed humus. Il sottobosco è rado fatto di ciuffi d’erba e sporadici arbusti.

Il sole riscalda molto, tanto da far giudicare eccessivi i giacconi che prudentemente indossiamo.

Gli alberi, snodandosi il sentiero in frequenti tornanti lungo i ripidi fianchi della montagna, non impediscono di ammirare il panorama. Ci fermiamo qualche minuto a guardare la verdeggiante valle davanti a noi, cercando di riconoscere i borghi e i paesi appoggiati sulle pendici dei monti circostanti.

Sulla sinistra ci sembra di riconoscere Trafficanti e in lontananza avvolto da un velo di foschia Selvino; sulla destra, forse, Costa Serina e poi Rigosa, Somendenna, ma non ne abbiamo certezza.

Sotto di noi la piccolissima val d’Ola che prende il nome dal torrente che la percorre e che porta le sue limpide acque  all’Ambria.

E’ proprio il torrente Ola che rende il sentiero che percorriamo interessante e vivace fornendo anche la colonna sonora con gorgoglii e scrosci violenti di cascate.

Riprendiamo a salire di buon passo e giungiamo ad un primo guado. La sosta è d’obbligo per la bellezza del sito,  di un fascino inarrivabile.

Il torrente che scende racchiuso in un alveo stretto scavato tra le rocce, incontra un ammasso roccioso candido come la neve e si suddivide, in quel punto, in quattro rami  ed in altri piccoli rivoli che precipitano per alcuni metri tra schizzi e schiuma bianchissima.

Il ribollire dell’acqua svanisce e lentamente la frenesia delle cascate si acquieta in una pozza limpida e gelida in cui ci si rispecchia come in un cristallo.

Procedendo, il sentiero si inerpica, l’aria è più fresca anche perché il venticello iniziale talvolta rinforza. Riallacciamo i giubbotti e proseguiamo sul sentiero ora leggermente innevato. E’ neve non ghiacciata, ancora soffice, residuo di una leggera nevicata piuttosto recente.

Siamo in cammino da circa due ore e Marta richiede una sosta per rinfrancarci con una barretta di cioccolato. Ci fermiamo, ma propongo di far fuori la porzione di Casatiello che Maria Pia ha generosamente introdotta nello zaino. Approvazione unanime.

(Volo pindarico per chi non conosce il CASATIELLO: è un rustico pasquale tradizionale del napoletano che si consuma a pasquetta sui prati. Da gustare rigorosamente con l’uovo che lo decora e lo completa. Ricetta: per 6 persone 600 g. di farina, 225 di strutto, 200 g di salame tipo Napoli, 1 dado e ½ di lievito di birra, sale poco, pepe abbondante, 1 cucchiaio di pecorino, 2 cucchiai di parmigiano, 6 uova intere: Impastare la farina con il lievito, sale e un cucchiaio di strutto di strutto, lavorare bene e lasciare lievitare fino al raddoppio del volume. Tenere da parte una quantità di pasta grossa come un pugno e mescolarla con un po’ di strutto. Stendere la pasta restante. Spalmarla di strutto e cospargerla con i formaggi grattugiati e  pepe. Piegarla in due e cospargerla di salame sbriciolato, strutto, parmigiano, pecorino e pepe. Stendere nuovamente la pasta e cospargere di strutto e proseguire così fino ad esaurimento del grasso. Avvolgere la pasta a salame e porre in uno stampo a ciambella dopo averlo spennellato di olio o strutto sovrapponendo le due estremità. Appoggiare ad intervalli regolari le uova sulla pasta e ricoprirle con due striscioline della pasta messa in disparte. Coprire con telo da cucina e lasciare lievitare per tre ore. Poi cuocere in forno a 180° per un’ora o più fino a completa doratura. Buon appetito.)

 Soddisfatti e rinvigoriti dallo spuntino  riprendiamo la passeggiata. Il sentiero è ben tracciato e sicuro; dirupi e salti sono segnalati con cordicelle stese tra gli alberi per evidenziare il rischio e dissuadere dal sostare nei pressi o scendere in quei tratti troppo scoscesi.

Di tanto intanto si mostra l’alveo del torrente o sentiamo il fragore dell’acqua che precipita a valle.

Giungiamo ad un secondo guado.

Il sentiero si immerge letteralmente nell’acqua e non c’è altro passaggio poiché a sinistra c’è una parete rocciosa verticale e a destra un versante ripido solcato dal torrente.

Passare non è difficile, bisogna solo fare attenzione a non mettere i piedi nell’acqua che per il suo livello potrebbe superare gli scarponi e farci un gelido pediluvio.

I giovani passano veloci, io più lentamente appoggiandomi sui bastoni. Va tutto bene tranne l’ultimo passo che termina con il piede destro in acqua.

Lo scarpone per fortuna è veramente impermeabile.

Dopo il secondo guado, verso i 1400 metri di quota, incontriamo numerosi rivoli e affioramenti che più a valle vanno a formare il torrente.

Dobbiamo percorrere un ultimo tratto di sentiero prima di uscire dal bosco. Il vento è piuttosto freddo e mi fa rimpiangere di non avere portato un cappellino di lana.

Attira la nostra attenzione una primula di colore violetto. Il sentiero fin dall’inizio é abbellito da una copiosa fioritura di comuni primule gialle, ma questa è la prima di colore viola.

Inesperti ma entusiasti speriamo di esserci imbattuti casualmente nella rara primula albenensis specie endemica del monte.

Saremo disillusi al ritorno confrontando la foto della nostra scoperta con le foto della primula rara.

Forse é solo una primula glaucescen?

Ancora una ventina di minuti e siamo fuori dal bosco.

Ai nostri occhi si presenta un panorama spettacolare per il quale è valsa la pena di camminare per circa tre ore.

L’Alben che da Corone (dove alloggiamo) sembra essere piuttosto tozzo e compatto, qui si presenta come un complesso montuoso fatto a ferro di cavallo e mostra le sue cime più alte: alla nostra sinistra Cima della Spada, di fronte Cima della Croce e passo La Forca, a destra la più alta , la Cima Alben innevata e risplendente sotto i raggi del sole di mezzogiorno.

Sotto le cime, come racchiusa da un loro affettuoso abbraccio, la conca dell’Alben, saliscendi di prati tappezzati di candidi crochi, macchiati di primule e sparsi dei  altri fiori multicolori più radi.

Vorremmo raggiungere almeno il passo che ci sembra poco distante ma le carte lo danno a trenta minuti e col nostro passo…

Sono già le 12 e 40 e per le 14 dobbiamo essere a casa per il pranzo.

Una folata di vento gelido che mi fa volare via il berretto ad una ventina di metri, ci convince ad intraprendere la strada del ritorno.

Marta va come un camoscio saltellando di pietra in pietra, Paolo segue più lentamente per attendermi. Io sono in difficoltà; temo di scivolare sul pietrisco. Fortuna che mi sono equipaggiato con i bastoncini che mi sorreggono e mi tengono in equilibrio. Vorrei scendere lentamente, ma abbiamo un orario da rispettare. Cerco di affrettarmi ma mi dolgono le caviglie e le ginocchia.

I lacci degli scarponi si sono allentati e il piede scivola verso la punta e ad ogni colpo temo per le unghie degli alluci. Mi fermo per calzare meglio gli scarponi. Riprendo la discesa, va molto meglio e mi chiedo perché non ho stretto i lacci molto prima.

Siamo alla macchina alle 13 e 50 e alle 14 e 10 a casa. Tempi quasi rispettati.

Una rinfrescata e un veloce cambio d’abito e ci mettiamo a tavola. Nel camino c’è brace abbondante e la griglia già fa il suo dovere.

La lasagna è già servita, noi  impugniamo prontamente le forchette ma Maria Pia ci blocca perché deve dare la benedizione con l’acqua benedetta distribuita dal  parroco di Dossena durante la funzione della vigilia.

Amen, auguri e si inizia. Lasagna, agnello alla lucana, grigliata di rostbeef di scottona e costolette di agnello, carciofi ripieni e PASTIERA.

Una pastiera spettacolare, sublime, un vero nettare degli dei.

E’ inutile darne la ricetta perché tutti mescolando gli ingredienti sanno ricavarne una torta dolce piuttosto anonima. Pochi anzi rari sono quelli che sanno ricavarne una pastiera, forse per avere appreso i segreti dalle mamme e dalle nonne.

La vera pastiera è quella che quando la degusti e  trattieni per alcuni istanti il boccone tra lingua e palato, socchiusi gli occhi, ti fa sentire il tepore del sole primaverile e il profumo delle zagare; ti dà una visione di peschi in fiore e  ti ricorda la dolcezza dei baci della mamma o del primo amore.


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