CURIOSITÀ

IL Contaballe

IL Contaballe



 (by Antonio Abbate)  

Alto oltre la media, magro, segaligno, semicalvo, naso adunco, di età indefinibile comunque oltre i cinquanta, indossava un largo pantalone da officina meccanica di tela blu con bretelle e una maglietta a mezze maniche di solito grigia.

Era conosciuto come Gianni Tutti mestieri, ma il vero nome era Giovanni Tacco.

Il nomignolo acquisito era dovuto al fatto che Gianni, a chi gli chiedeva: “Che mestiere fai?” immancabilmente rispondeva: “Tutti i mestieri”. Era propriamente imbianchino ma qualsiasi altro lavoro gli andava bene riuscendo quasi sempre a soddisfare il committente.

Lo chiamavano per imbiancare le stanze ma anche per sturare un lavandino intasato, per sostituire la corda di una tapparella o fissare una mattonella ballerina nel pavimento, per fare pulizie particolari o liberare il giardino dai rovi. Per lavori tecnici aveva un suo tariffario, per quelli generici si accontentava di quanto gli veniva offerto e di un amichevole invito a cena.

Invito che veniva fatto volentieri perché si era certi che nel dopocena tutti i commensali si sarebbero diverti con i racconti di Gianni che anche per l’effetto del vino, diveniva un geniale e fantasioso affabulatore.

Gianni Tutti mestieri era soprattutto un contaballe, balle esagerate ma interessati e per questo aveva sempre un folto gruppo di persone presenti alle sue fantasiose imprevedibili narrazioni.

Frequentava con assiduità la casa delle zie Marzia, Aprilia e Julia che abitavano come noi nello stesso vecchio palazzo di famiglia. Si servivano di lui per ogni piccolo lavoro e non prescindevano mai dalla sua presenza quando in estate tutti insieme parenti e qualche amica si collaborava a fare le conserve di pomodori, le “bottiglie” come si diceva in gergo. Nessuno, ne erano convinte le zie, sapeva disporre le bottiglie nel bidone per la bollitura come le disponeva lui e governare il fuoco e tenerlo alla giusta temperatura per evitare che il bidone diventasse una bocca di cannone con i temuti scoppi delle bottiglie. Evento temutissimo cui conseguiva la perdita di parte della preziosa conserva.

C’era da lavorare tanto, ma si partecipava volentieri pregustando gli ottimi sughi che si sarebbero portati in tavola e sicuri che alla fine Tuttimestieri ci avrebbe fatto divertire.

A metà pomeriggio si finiva di sfilettare i pomodori e di imbottigliare; mentre alcuni lavavano il cortile e le zie si dedicavano al pranzo comunitario, Gianni provvedeva alla sterilizzazione delle bottiglie come solo lui sapeva fare.

Poi tutti a tavola a placare la fame e ansiosi di ascoltare Tutti mestieri ma anche pronti a rilevare errori e contraddizioni.

“Gianni ma mi hanno detto che alla visita di leva ti scartarono per insufficienza toracica”.

“E ti hanno detto male, io insufficiente? Col fisico che avevo da ragazzo? Ma guarda che ho fatto la guerra in Africa io. Ero in artiglieria addetto ad una bocca di fuoco. Ero il meno importante della squadra, è vero, perché dovevo solo portare le munizioni al pezzo d’artiglieria; gli altri calcolavano, puntavano, sparavano. Ma statemi a sentire.

Un giorno ci svegliammo circondati da beduini, dalle dune spuntavano come funghi, non finivano mai. Erano tanti che non si potevano contare e urlavano quei selvaggi per spaventarci. A noi, ci voleva ben altro!

Nessuno si perse di coraggio e ci preparammo ad aprire il fuoco. Al comando del capitano partì il primo obice, troppo lungo; il secondo corto, il terzo a destra, un altro a sinistra. Intanto le truppe cammellate erano così vicine che potevi vedere il colore dei loro occhi.

Scappare? Mai! Allora decisi: “Luvatevi a miezo” (toglietevi di mezzo) dissi ai commilitoni.

Feci tutto io, caricai, puntai, sparai. Non ci crederete; il proiettile del cannone cadde proprio in mezzo a quei barbari. Fu un secondo e poi saltarono tutti in aria cammelli armi e cammellieri.

Fu come un enorme zampillo di una fontana gigante dove le gocce erano fatte da pezzi di cammello, gambe, braccia che volavano in alto e poi si sparpagliavano sul deserto. Lo scoppio fu così violento che una testa di cammello atterrò proprio vicino al nostro cannone.

“E che successe?”

“Successe che avevamo tanta fame arretrata che ce la mangiammo. Accendemmo un bel falò e la facemmo arrosto. Dopo ce la divorammo tutta, lingua, muso, orecchie, guance, perfino gli occhi”.

“Che schifo” esclamò un bambino.

“Ci sembrarono buonissimi; vorrei vedere te con la nostra fame”.

“Ma finita la guerra ritornasti in Italia?”

“Lo volevo, ma ero combattuto. Se me ne andavo in Italia e quando sarei tornato in Africa! La volevo vedere tutta e ci rimasi. Cominciai col fare il turista girando di qua e di là. Per deserti, foreste e città e man mano che scendevo gli uomini erano sempre più neri”.

“Perché più scendi e più aumenta il sole?” chiese zia Aprilia.

“Può darsi o forse no. L’Africa è proprio fatta così; gli africani a nord sono abbronzati, poi in mezzo color cioccolato al latte, poi neri come il carbone.

Alla fine giunsi in Sudafrica, si chiama proprio così perché sta sotto sotto e mi fermai. Quei trogloditi nelle capanne appoggiavano tutto per terra non avevano dei mobili neanche l’idea. Misi su una fabbrichetta per costruire mobili. Molto economici ma utili, tavoli, sedie, cassettiere, cose così.

Diventai non dico famoso ma molto conosciuto tanto da diventare amico del ministro dell’istruzione. Questo poveretto si metteva le mani nei capelli, era disperato perché non riusciva a fare funzionare l’università come voleva lui con i collaboratori che aveva.

Pensate che un giorno mi chiama, ormai eravamo così (Gianni unisce gli indici) e dispiaciuto mi dice: “Io la chiudo” Ma che cosa, faccio io. “L’Università”, mi dice lui.

Lascia fare a me, gli dico, te la sistemo io.

“Tu?” L’uditorio è titubante, sa che Gianni a malapena ha la terza elementare.

“Capisco che vi meravigliate ma in quella massa di selvaggi ignoranti con la mia esperienza, sapevo più di tutti loro”

Mi nominò capo dell’Università di Giovanniesburg e mi dette i pieni poteri.

“L’università non ha un capo, disse Peppe, che non amava le imprecisioni, semmai un rettore”.

“Rettore, preside, capo, che importanza ha, lascia che continui” disse zia Aprilia indispettita dalla pignoleria di Peppe.

“Un lavoro difficile, continuò imperterrito Gianni, perché quando metti il naso nei fatti degli altri, te li fai nemici ma dovevo sistemarla e così feci.

Questi benedetti ragazzi facevano tardi la sera e si svegliavano a mezzogiorno. E quando arrivavano a scuola? Basta, chi non rispetta le regole è fuori. Temendo di essere cacciati divennero puntuali. Anzi c’era un buon motivo per arrivare addirittura in anticipo: le ragazze”.

“Le ragazze? E che c’entrano!”

“C’entrano eccome! Le classi erano divise fra maschi e femmine. E che è, dissi al ministro, questi si conoscono solo col matrimonio? Devono conoscersi e frequentarsi anche prima da giovani se no dopo le cose vanno male e si divorziano. Cosi feci le classi miste che invogliavano i ragazzi a stare in classe volentieri per corteggiare le ragazze.

Poi cacciai tutti i professori neri. E che potevano insegnare, caccia e pesca, come costruire le frecce? Dentro tutti bianchi, quelli erano professori veri, con tanto di laurea e contro laurea.

Quando il ministro venne a controllare, vide che tutto funzionava alla perfezione. Mi disse “Bravo Gianni, questa università adesso va come un orologio svizzero!”

“Ma se eri così importante perché sei ritornato in Italia dove, senza offesa, non sei chissà chi” disse il nonno cercando di non offenderlo.

“E che volete don Antonio, la nostalgia del paese; volete mettere il sole e il mare di Napoli con quello dell’Africa. Qui il sole ti riscalda e il mare è azzurro, lì ti brucia e il mare sembra nero come la pece; e poi la mamma anziana e la necessità di prendere moglie. Moglie e buoi dei paesi tuoi, voi m’insegnate.

“Peccato che sei ritornato! Così son finite le tue avventure.”

“Donna Julia, tutto il mondo è paese. Se sei avventuroso, le avventure le fai dovunque. Per esempio durante la seconda guerra che ho fatto come marinaio…”

“Ma non eri artigliere?”

“Nella prima sì, ma nella seconda scelsi la marina la più adatta a me che si può dire sono nato coi piedi nel mare. Insomma ero imbarcato sulla nave da guerra la capofila della flotta ed eravamo in rada a Livorno. Venne a ispezionarci un grande Generale”.

“Quanto pesava?” fece uno spiritoso.

“Grande significa importante, non grasso. Mi meraviglio di te che vai a scuola! Era bellissimo con la divisa nera piena di medaglie, gli stivali lucidi che parevano uno specchio, la testa pelata come il capintesta Mussolini. Ci fece un bel discorso parlando come lui. Voce ferma e conturbante, una pausa di tre secondi, dopo ogni parola, stringeva le labbra e poi riprendeva il discorso. Alla fine disse: “Per difendere… la patria…non basta… essere… coraggiosi… è… necessario… essere… temerari. Lo siete voi? Rispondemmo con entusiasmo e gridammo Siiii!

“Dimostratelo” disse lui “tu, tu e tu”. Indicò anche me.

“Allora il primo salì sulla punta della prua e si tuffò vestito da quell’altezza. Un altro prese la rincorsa, fece tre salti mortali all’indietro e si lasciò cadere in mare. Il terzo, forzuto come Ursus, si caricò sulle spalle tre uomini e li trasportò per la nave avanti e indietro fino a quando il generale gli ordinò di fermarsi.

Dopo questi fenomeni ero in difficoltà, come potevo dimostrare di essere temerario? Mi arrampicai a mani nude fino in cima all’albero maestro, là giunto mi misi a testa in giù, lasciai la presa delle mani e solo tenendomi con le gambe scivolai giù velocemente fermandomi a cinque o sei centimetri dal pavimento.

Scoppiò spontaneo un applauso di tutti i presenti.

“Bravissimi tutti, disse il generale, ma il più temerario sei stato tu”.

Mise una mano in tasca e tirò fuori una medaglia d’oro bellissima, si avvicinò e me l’appuntò sul petto. La maglietta che indossavo era sottilissima e il generale senza volerlo mi prese con la spilla anche la carne. Un dolore, ma un dolore che non vi dico. Ma io neanche un battito di ciglia. Il sangue che uscì arrossò la maglietta, allora il generale capì e mi disse: “Bravo, temerario e pronto a versare il sangue per la patria”.

Il giorno dopo il comandante mi chiamò e mi disse che il generale mi aveva scelto come attendente e che mi dovevo recare a casa sua.

Mi ricevette la moglie, affascinante, giovane, al massimo aveva trenta, trentacinque anni. Una dea, mi dovete credere.

Mi presentai: Marinaio Giovanni Tacco, per servirla. Sono l’attendente di sua eccellenza”.

“Sua eccellenza mancherà per alcuni giorni, mentre attendi, visto che sei attendente, potrai essermi molto utile”.

C’era tanto da fare.

Spazzai il cortile della villa; sistemai le aiuole; imbiancai le stanze.

Tutto quello che mi dava da fare, lo sapevo fare e lei si complimentava. “Ma come sei bravo, sai fare tutto bene e sei anche un bel giovane”.

“Successe poi una cosa che non mi sarei mai immaginata dalla moglie di un generale anche se c’è da aspettarselo da una donna così giovane con un marito vecchio e grasso”.

“Tutti mestieri, però deciditi. Una volta dici che il generale era bellissimo, adesso che è vecchio e grasso, si può sapere la verità?”

“Era bello come generale, come marito era una schifezza. Ma non fatemi perdere il filo.

Venne da me la cameriera particolare della signora generalessa: “Oggi non pranzerai con la servitù, sarai ospite della signora Ginevra”.

Per l’occasione indossai l’alta uniforme”.

“E ti stava bene, così alta?”

“Alta significa quella elegante per le cerimonie, ignorante! Così elegante ero che sembravo un attore di Onliud”

Quando fui introdotto nella sala da pranzo restai meravigliato. Sale così grandi e belle non ne avevo mai viste. Era tutta luccicante di oro e argento. Piante, quadri, vasi cinesi. Ma la meraviglia delle meraviglie era la signora stessa. La signora Ginevra era vestita tutta di veli come una ballerina araba e i veli non coprivano abbastanza. Lei era a capotavola e per me era apparecchiato all’altro capo e il tavolo era lunghissimo. Cara la mia signora, le dissi allora, ma che ci dobbiamo parlare per telefono? Mi diede ragione e ordinò di sistemarmi accanto a lei.

I camerieri con la divisa e i guanti servivano pietanze su pietanze ma io nemmeno mi accorgevo di loro perché non riuscivo a staccare gli occhi da lei.

Dopo il caffè si alzò e andò a sedersi sul canapè”

“E che è?” chiese un bambino.

“E’ una specie di divano, cioè... un divano. Educatamente mi misi scostato da lei ma lei mi invitò a starle vicino. Con un battito di mani allontanò tutti dalla stanza, si alzò e mise sul grammofono un tango.

“Balli?” Ballammo un tango argentino appassionato. Lei mi si stringeva e anch’io mi misi a stringere; a un certo punto mi prese per la mano e mi condusse nella sua camera da letto.

Anche questa una stanza mai vista, una stanza da mille e una notte con letto a baldacchino e specchi dappertutto.

Ginevra con movenze da odalisca cominciò a togliersi i veli ad uno ad uno fino a…

“Basta così” esclamò scandalizzata zia Marzia “che ci sono i bambini”.

Giovedì, 20 Luglio 2023


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